Bagagli smarriti, la Cassazione: per il rimborso non servono più gli scontrini
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Redazione Economia
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Il nastro trasportatore, dopo aver vomitato il suo carico di valigie e borse, si ferma, lasciando di fronte al vuoto chi aspetta invano il proprio bagaglio. È un’esperienza frustrante, che si trasforma spesso in un calvario amministrativo quando si tratta di ottenere un risarcimento dalla compagnia aerea, la quale, fino a poco tempo fa, pretendeva di vedere ogni singolo scontrino per quantificare il danno. Una prassi che, oltre a essere vessatoria, ignorava platealmente il fatto che nessuno, ragionevolmente, conserva le ricevute per la biancheria intima o per una maglietta acquistata anni prima. La logica del buon senso, finalmente, ha trovato un autorevole sostegno nella Corte di Cassazione, la quale ha stabilito, con una sentenza che fa giurisprudenza, che il passeggero non è tenuto a dimostrare pedissequamente il contenuto del proprio bagaglio smarrito e il suo valore attraverso documenti commerciali spesso inesistenti.
Il caso che ha cambiato le regole
La pronuncia della Suprema Corte arriva a chiusura, dopo sette lunghi anni, di una vicenda giudiziaria che ha avuto inizio con un volo tra Palermo e Verona, operato da Ryanair, al termine del quale un passeggero si è visto negare il risarcimento per gli effetti personali andati persi. Le corti di merito, in precedenza, gli avevano dato torto, adducendo proprio la mancanza di una prova documentale dettagliata di ciò che la valigia conteneva. La Cassazione, con una decisione che ribalta completamente quelle sentenze, ha invece riconosciuto il diritto al rimborso, affermando un principio di carattere generale: la compagnia aerea, che ha l’obbligo di custodia del bagaglio, non può rifugiarsi dietro l’impossibilità del cliente di produrre gli scontrini per sottrarsi alla propria responsabilità contrattuale.
Il principio del buon senso
La Corte, nel motivare la sua decisione, ha fatto ricorso a quello che può essere definito un criterio di comune esperienza, osservando come sia del tutto normale e prevedibile che in una valigia, soprattutto se si tratta di un bagaglio da stiva, ci si trovi un corredo di vestiario, di oggetti per l’igiene personale e di altri beni di uso quotidiano, il cui valore può essere stimato in base a parametri equi e di mercato, senza dover necessariamente scendere nel dettaglio di ogni singolo capo. Questo approccio, che scardina un consolidato e penalizzante modus operandi, rappresenta una significativa vittoria per i diritti dei consumatori, i quali non saranno più costretti a un’improba corsa agli armadi per tentare di ricostruire, a posteriori e con prove spesso inopportune, l’esatto contenuto di ciò che è andato perduto.
Le implicazioni per il futuro
Sebbene la sentenza non risolva, ovviamente, il problema alla radice – quello dello smarrimento dei bagagli, che resta un’evenienza spiacevole e frequente – essa impone un cambio di passo nel rapporto tra vettore e passeggero, spostando l’onere della prova verso un terreno più equo. Le compagnie aeree, da oggi, dovranno adeguare le loro politiche di rimborso, accettando stime basate sulla presunzione di un contenuto standard, salvo poi poter contestare, in casi del tutto eccezionali, richieste palesemente eccessive o non conformi alle normali esigenze di viaggio. Una svolta importante, che rende il percorso per vedersi riconosciuto un diritto meno tortuoso e più rispettoso della realtà dei fatti.




