La longevity economy degli over 65 pesa 391 miliardi, tra redditi stabili e il mattone di casa
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Redazione Economia
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Non sono più soltanto i tradizionali pensionati di una volta, quelli magari alle prese con una pensione minima e la coda alla posta, gli attuali ultra65enni. Al contrario, questa fascia demografica – forte di una stabilità finanziaria che altre generazioni si sognano – si sta configurando come il vero motore silenzioso dell’economia italiana. A tracciare il nuovo identikit di questa "potenza" economica è Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, nel suo volume "Longevity Economy. Da Silver a Longevity", dove emerge un paradosso solo apparente: chi ha superato la soglia dei 65 anni guadagna, in media, più di un giovane o di un adulto sulla quarantina.
I dati, elaborati su fonti Banca d’Italia e MEF, parlano chiaro e spazzano via luoghi comuni duri a morire. Considerando il reddito medio equivalente, gli over 65 toccano quota 24.090 euro, una cifra che supera persino quella dei 51-65enni (fermi a 23.110 euro) e che distanzia nettamente le nuove generazioni. Se si allarga lo sguardo al patrimonio – quello vero, fatto di mattoni e risparmio – il predominio diventa schiacciante: i "Longennial" (una definizione che abbraccia gli over 50, ma che esplode negli over 65) detengono circa il 75,9% dell’intera ricchezza immobiliare del Paese. Tradotto in numeri assoluti, parliamo di 2.599 miliardi di euro solo per le famiglie con capofamiglia ultra65enne, con la percentuale di chi vive in una casa di proprietà che tocca il 90,7%. Un dato, quest’ultimo, che li rende la classe anagrafica meno esposta al rischio di sfratto o alle fluttuazioni dei mutui.
L’enorme peso dei consumi e la "silver" corsa dei servizi
Questa solida base patrimoniale si traduce in una capacità di spesa che ridisegna la domanda interna. Il giro d’affari che ruota intorno ai consumatori over 65, infatti, genera flussi per oltre 400 miliardi di euro l’anno, arrivando a coprire più del 35% dei consumi totali nazionali. Brambilla stima uno "spendibile" netto annuo destinato a crescere fino a toccare i 391 miliardi entro il 2030, alimentato non solo dalle pensioni (certamente più stabili dei redditi da lavoro dipendente in tempo di crisi), ma anche dai proventi derivanti da patrimoni mobiliari e affitti, che li rendono meno vulnerabili ai "rigurgiti inflattivi" che invece affossano le famiglie più giovani.
Eppure, nonostante questa voragine di liquidità – che spinge settori come il turismo, il benessere, la ristorazione e l’intrattenimento – la cosiddetta "Silver economy" presenta zone d’ombra strutturali. Uno su tutti, il divario tra la disponibilità economica e l’offerta di servizi "age-friendly" (amici degli anziani). Se è vero che la spesa per la salute e l’assistenza assorbe una fetta importante del budget (dalle cure domiciliari ai farmaci), le aziende italiane faticano ancora a intercettare questa domanda come fanno i competitor europei, lasciando sul piatto opportunità miliardarie legate all’adeguamento delle case o alla telemedicina.
Il peso delle Pmi e il coro delle voci discordanti
Lontani dall’immaginario di una vita segnata solo dal riposo, molti over 65 restano un pilastro del sistema produttivo nazionale, un dettaglio spesso trascurato nei grandi report sulla produttività. L’analisi di Brambilla rivela che il 36% dei titolari di Piccole e Medie Imprese (Pmi) ha superato i 60 anni, e ben il 20% varca la soglia dei 65. In numeri concreti, quasi un milione di aziende sono gestite da chi potrebbe essere già in pensione, con punte di concentrazione in regioni come Lombardia e Veneto dove il fenomeno tocca il 27%. A questi si aggiungono circa 782mila professionisti che proseguono l’attività dopo il pensionamento, generando un valore aggiunto sul Pil che supera i 33 miliardi di euro, una cifra non certo secondaria nel calcolo delle casse dello Stato.
Ma attenzione: un ritratto così idilliaco rischierebbe di essere ingannevole se non si considerasse la forte polarizzazione interna alla fascia. Da un lato, c’è quel 17-20% di over con redditi elevatissimi (quelli che trainano i consumi di lusso e i viaggi); dall’altro, esiste una fetta di popolazione anziana (seppur minoritaria) ancora schiacciata da bassi redditi e dalla necessità di supportare economicamente figli e nipoti disoccupati, o gravata dalle spese sanitarie non coperte dal servizio pubblico. È un equilibrio precario che, al momento, pende nettamente verso la ricchezza accumulata, ma che lascia intravedere le crepe di un welfare che fatica a tenere il passo con l’allungamento della vita media.
La grande redistribuzione generazionale in arrivo
Se la fotografia del presente mostra una generazione blindata dal mattone e da un reddito certo, sono le proiezioni sui prossimi dieci anni a rendere il fenomeno decisivo per le sorti del Paese. Il dato forse più rilevante, che sposta il barometro dell’analisi dalla semplice cronaca economica alla pianificazione strategica, riguarda il passaggio generazionale di ricchezza. Le stime fornite dal Centro Studi parlano di cifre monumentali: tra il 2026 e il 2030, passeranno di mano circa 873 miliardi di euro (un flusso di 174 miliardi l’anno) destinati a figli e parenti, quelli che oggi sono gli over 40 di passaggio.
Questo trasferimento – che accelererà ulteriormente tra il 2031 e il 2035 con altri 940 miliardi – non rappresenta solo una semplice eredità, ma la riallocazione di una fetta enorme del capitale nazionale. Un meccanismo che, se da un lato alleggerisce il caro vecchio timore della povertà per gli anzienti attuali, dall’altro pone una domanda diretta alle generazioni intermedie: riusciranno a gestire questa massa di risorse senza disperderla? Per ora, la "Longevity Economy" è un treno carico di oltre 400 miliardi l’anno che viaggia a vele spiegate, sorretto da spalle larghe e da un cospicuo parco immobiliare, in attesa di scoprire se lo slancio reggerà l’urto del tempo.




