Referendum, la protesta della studentessa fuorisede davanti al ministero: “Votare è un mio diritto, ma costa troppo”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una mattinata di protesta solitaria, quella andata in scena ieri davanti al ministero della Giustizia, in via Arenula a Roma, dove Veronica – studentessa ventitreenne dell’università La Sapienza, iscritta al corso di laurea in Cooperazione internazionale – ha deciso di portare all’attenzione delle istituzioni, e dei passanti, un nodo cruciale che rischia di comprimere il diritto di voto per milioni di italiani. Originaria di un piccolo comune dell’Emilia Romagna, la ragazza ha esposto per ore un cartello artigianale, qualche libro a terra e una richiesta chiara, scritta a mano: “Sono una studentessa fuorisede e vorrei votare”. Un’azione dimostrativa, la sua, nata dalla consapevolezza che per le consultazioni referendarie del 22 e 23 marzo, dedicate alla giustizia, il governo non ha previsto alcuna modalità agevolata per chi, come lei, risiede e studia lontano dal proprio domicilio elettorale. La distanza, in questo caso, non si misura solo in chilometri – poco più di tre ore di treno la separano dalla sua regione – ma anche, e soprattutto, in costi. Per tornare a casa ed esprimere il proprio voto, Veronica dovrebbe affrontare una spesa che supera i centoquaranta euro, una cifra che, come ha tenuto a sottolineare, rappresenta per lei l’equivalente di due settimane di spesa o di quattro turni di lavoro extra. Una scelta, quella tra il dovere civico e le necessità quotidiane, che in uno Stato democratico non dovrebbe nemmeno porsi, e che invece si materializza in tutta la sua paradossale evidenza proprio alla vigilia di una tornata elettorale.

“Devo scegliere tra Pasqua e il voto”: l’appello al capo dello Stato

Il gesto di Veronica non si è limitato alla protesta silenziosa. La studentessa ha infatti indirizzato una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella quale ha allegato, quasi a voler fornire una prova tangibile delle difficoltà denunciate, anche la stampa del biglietto ferroviario. Un gesto dal forte valore simbolico, volto a sottolineare come il diritto costituzionale sancito dall’articolo 48 – che garantisce un voto personale, eguale, libero e segreto – rischi di trasformarsi, nei fatti, in un privilegio per chi se lo può permettere. “Mi sembra che la notizia del mancato voto per i fuorisede sia passata troppo in sordina”, ha dichiarato la giovane, leggendo alcuni passaggi della missiva. “E invece è una limitazione gravissima”. La sua protesta, che ha visto la solidarietà del Comitato studentesco referendario per il No del Lazio, ha messo in luce una disparità di trattamento difficile da ignorare: se gli italiani temporaneamente all’estero per motivi di studio, lavoro o cura potranno votare per corrispondenza – una procedura disciplinata e garantita – a chi è spostato di poche centinaia di chilometri all’interno dei confini nazionali non viene offerta alcuna alternativa se non il rientro nel comune di residenza. Un paradosso che Veronica ha sottolineato con amarezza, ricordando come sua sorella, residente all’estero, potrà esercitare il diritto di voto senza dover affrontare l’onere economico e logistico che invece grava su di lei, che pure vive, studia, lavora e paga le tasse in Italia.

Il nodo politico e l’ostacolo dei costi, nonostante le agevolazioni

La possibilità di votare nel comune di domicilio, sperimentata in alcune recenti consultazioni come le europee del 2024 e il referendum sull’autonomia differenziata del 2025, non è stata infatti riproposta per questo referendum confermativo sulla giustizia. A fine gennaio, la commissione Affari costituzionali della Camera ha respinto tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni – di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Più Europa, Azione e Italia Viva – che miravano a introdurre nuovamente questa facilitazione. La motiovazione ufficiale, addotta dalla sottosegretaria Wanda Ferro, è stata l’assenza dei tempi tecnici necessari per organizzare una macchina logistica così complessa. Una spiegazione che, tuttavia, stride con l’evidenza che procedure analoghe erano state attivate in passato in finestre temporali simili. Veronica, pur evitando facili dietrologie, non nasconde una certa amarezza: “Se non c’è una precisa volontà politica, siamo comunque di fronte a un segnale preoccupante. Sembra quasi si vogliano silenziare i giovani, dato che i fuorisede sono in gran parte persone non avanti con l’età”. Il tema dei costi, poi, resta centrale. Se è vero che il Viminale ha previsto agevolazioni tariffarie per i viaggi in treno, nave e aereo – con sconti che arrivano fino al settanta per cento su alcune tratte nazionali – è altrettanto vero che, per molti studenti e lavoratori precari, la cifra residua da pagare rappresenta comunque un sacrificio insostenibile, costringendoli a una scelta dolorosa tra il diritto di voto e altre priorità. “I prezzi continuano a essere alle stelle – ha aggiunto Veronica – e se non si vuole prendere il treno, comunque la benzina è inaccessibile. Non voglio trovarmi a scegliere se tornare a casa per le vacanze di Pasqua o per votare”.

L’escamotage dei rappresentanti di lista e le richieste inevase

Di fronte a questo vuoto normativo, migliaia di fuorisede stanno tentando di aggirare l’ostacolo candidandosi come rappresentanti di lista, una figura che, per chi ricopre questo incarico, ha la facoltà di votare nel seggio in cui è chiamato a operare, indipendentemente dalla propria residenza. Un espediente democratico, certo, ma che non può certo rappresentare la soluzione strutturale a un problema che coinvolge circa cinque milioni di persone tra lavoratori e studenti, secondo le stime Istat. I partiti di opposizione, in particolare Alleanza Verdi e Sinistra, hanno raccolto decine di migliaia di richieste in tal senso, mettendo a disposizione le proprie quote per consentire agli esclusi di partecipare al voto. Un’iniziativa lodevole, ma che non scalfisce la sostanza del problema: il diritto non dovrebbe dipendere dalla disponibilità di un partito a nominare un rappresentante, né tanto meno dalla capacità di spesa individuale. La protesta di Veronica, al netto della sua dimensione individuale e quasi intima – con quel cartello e quella lettera letta a voce alta in una piazza istituzionale – ha il merito di aver riportato al centro del dibattito una questione concreta. “Sono partita dal mio piccolo paese per sentirmi più partecipe della vita democratica – ha concluso la studentessa – e oggi mi ritrovo più lontana che mai dal poter votare. Mi sento frustrata e dimenticata”. Un’amara constatazione che, a pochi giorni dal voto, resta lì, in attesa di una risposta che, per ora, non è arrivata.

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