L’Iea mette in guardia: “Clima di incertezza senza precedenti” per il gas, Hormuz blocca il 20% del Gnl mondiale
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Redazione Economia
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Da inizio marzo, l’interruzione dei trasporti di gas naturale liquefatto attraverso lo Stretto di Hormuz – quel sottile corridoio marittimo tra Iran e Oman cruciale per gli equilibri energetici globali – ha sottratto al mercato quasi il 20% delle forniture mondiali di Gnl, generando quella che l’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea) non esita a definire, nel suo ultimo “Rapporto Trimestrale sul gas”, un vera e propria “clima di incertezza senza precedenti”. L’ente, che tradizionalmente collabora con i governi di 32 paesi, descrive una situazione inedita, dove agli “improvvisi incrementi di prezzo” nelle principali regioni importatrici si accompagna una volatilità destinata a riscrivere le dinamiche della domanda e dell’offerta per i prossimi due anni, almeno.
L’effetto domino sul mercato e i danni alle infrastrutture
La fotografia scattata dall’Iea è chiara: lo shock dell’offerta non è solo contingente, ma sta producendo “ripercussioni sulle prospettive a medio termine”. Mentre le tensioni geopolitiche tengono in scacco il transito delle navi metaniere, si sono registrati danni fisici rilevanti alle infrastrutture di liquefazione in Qatar, un paese chiave per l’export mondiale. Questi danni, come si legge nell’analisi, “ritarderanno l’impatto della prevista ondata di espansione globale del Gnl di almeno due anni”. Ne consegue che l’attesa stabilizzazione dei prezzi, che molti speravano di vedere già nel corso del 2026, appare oggi un miraggio, con il mercato destinato a rimanere “in tensione” fino al 2027.
Numeri da capogiro: 120 miliardi di metri cubi di perdita cumulativa
Per comprendere la portata della crisi, l’Agenzia internazionale dell’Energia ha quantificato l’impatto combinato delle perdite immediate a breve termine e della conseguente frenata nella crescita della capacità produttiva. Stando al rapporto, questa tempesta perfetta potrebbe tradursi in una “perdita cumulativa di circa 120 miliardi di metri cubi di Gnl” nel periodo compreso tra il 2026 e il 2030. Una cifra, quest’ultima, che equivale a cancellare una fetta significativa dell’incremento di domanda previsto nei mercati asiatici ed europei, gettando un’ombra lunga sulla sicurezza energetica di quei paesi fortemente dipendenti dalle importazioni.
Prezzi alle stelle e contrazione della domanda
Le conseguenze di questo blocco – che di fatto ha chiuso una delle rotte commerciali più battute del pianeta – si sono tradotte immediatamente in un’impennata speculativa. Secondo l’Iea, la tensione accumulata a marzo ha riportato i prezzi del gas naturale in Asia e in Europa ai livelli massimi mai toccati dal gennaio 2023. Di fronte a questi rincari improvvisi, la reazione del mercato è stata quella classica degli shock energetici: una contrazione della domanda nei maggiori poli importatori, con diversi paesi asiatici che hanno già iniziato a implementare misure di “fuel-switching” (ovvero il passaggio a combustibili alternativi come il carbone o l’olio combustibile) per cercare di limitare i danni, cercando di tamponare una ferita che solo la diplomazia potrà, forse, ricucire.




