Il solare e l'eolico coprono tutta la nuova domanda mondiale di elettricità, mentre l'IEA rivede le sue stime
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Per la prima volta dall'uscita dalla pandemia, la crescita della domanda globale di elettricità è stata interamente assorbita dalle fonti rinnovabili, un traguardo storico che segna un punto di svolta epocale. Secondo un'analisi del think tank britannico Ember, nei primi nove mesi del 2025, l'incremento della produzione di energia solare ed eolica è stato più che sufficiente a soddisfare il fabbisogno aggiuntivo a livello mondiale, evitando così un ulteriore aumento della generazione da combustibili fossili. Questo risultato, che molti non si aspettavano di vedere così presto, è trainato in maniera decisiva dallo sviluppo impetuoso del solare e dal ruolo predominante della Cina, la quale ha ormai intrapreso, secondo gli esperti, una trasformazione strutturale del suo sistema energetico che ha ripercussioni sull'intero pianeta.
Il rapporto controverso e il cambio di prospettiva
In netto contrasto con questo quadro dinamico, l'ultimo World Energy Outlook dell'International Energy Agency (IEA), pubblicato in corrispondenza dell'apertura della COP30, ha introdotto uno scenario di previsione più cauto e, per questo, finito immediatamente nel vortice delle polemiche. Il documento, che rappresenta la pubblicazione più autorevole nel suo genere, pur confermando che le rinnovabili domineranno il futuro energetico e che la loro crescita risulta inarrestabile, reintroduce la possibilità che la domanda di petrolio e gas continui a crescere fino al 2050. Una prospettiva che modera l'ottimismo degli anni passati, quando si prefigurava un picco imminente dell'uso dei combustibili fossili, e che sembra ridimensionare l'idea che il loro abbandono sia ormai "inevitabile" nel breve periodo.
Le pressioni politiche sull'agenzia
La revisione delle stime da parte dell'agenzia intergovernativa, che molti osservatori considerano un arretramento significativo, non è avvenuta in un vuoto politico. Fonti vicine ai negoziati hanno fatto trapelare che il cambiamento di tono sarebbe da attribuire, almeno in parte, alle forti pressioni esercitate dall'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la quale ha storicamente sostenuto l'industria dei combustibili fossili. Questa ingerenza, sebbene non ufficialmente confermata, getta un'ombra sull'indipendenza dell'organismo e accende un dibattito sull'affidabilità degli scenari presentati, i quali, è bene ricordarlo, influenzano le decisioni di investimento di governi e multinazionali di tutto il mondo.
Due realtà energetiche che coesistono
Ciò che emerge con chiarezza è la compresenza di due narrative distinte: da un lato i dati concreti e incoraggianti della realtà, i quali mostrano una transizione in atto e capace di sostenere da sola la crescita della domanda; dall'altro le proiezioni più conservatrici dell'IEA, che dipingono un percorso più lungo e accidentato verso la decarbonizzazione. Mentre i delegati alla COP30 discutono su come accelerare il cammino, il divario tra l'analisi empirica di Ember e le previsioni istituzionali dell'Agenzia internazionale per l'energia delinea uno scenario complesso, dove l'ottimismo dei fatti si scontra con la prudenza, forse dettata da contingenze politiche, delle aspettative ufficiali.




