Le riserve globali di petrolio in caduta libera dopo la chiusura di Hormuz: il nuovo rapporto IEA

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sono passate ormai più di dieci settimane dallo scoppio della guerra in Medio Oriente – un conflitto che, come era prevedibile, ha riallineato le priorità delle economie occidentali – e il mercato globale del petrolio, stando a quanto si legge nell’ultimo “Oil Market Report” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, pubblicato il 13 maggio 2026, sta attraversando una delle fasi più critiche della sua storia recente. Le scorte petrolifere, quelle che per decenni hanno garantito un cuscinetto contro le fluttuazioni improvvise della domanda e dell’offerta, si stanno assottigliando «a un ritmo record». Un’accelerazione che nessuno degli scenari previsionali più pessimistici aveva saputo cogliere fino in fondo, nonostante i segnali premonitori fossero già nell’aria. Al cuore di questa contrazione brutale c’è, come tutti sanno, la chiusura dello Stretto di Hormuz: quel sottile corridoio marittimo tra Oman e Iran dal quale, fino a pochi mesi fa, transitava circa un quarto dell’intero petrolio mondiale e una fetta considerevole del gas naturale liquefatto.

Logistica sconvolta e rotte riscritte nel deserto

Per decenni il commercio globale ha funzionato secondo una logica quasi maniacale: rotte ottimizzate al millimetro, costi ridotti al minimo grazie alle economie di scala e catene di approvvigionamento sincronizzate come orologi svizzeri. Hormuz era uno dei cardini di quel sistema, uno snodo obbligato da cui passava anche circa un quinto del petrolio mondiale, oltre a fertilizzanti, container pieni di elettronica e automobili destinate ai mercati asiatici e africani. Poi la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele ha spazzato via quella precisione. E così, dove prima solcavano il mare petroliere e portacontainer, oggi migliaia di camion percorrono piste improvvisate nel deserto – una riscrittura forzata delle rotte globali che sta imponendo costi logistici insostenibili a intere filiere produttive. L’analisi congiunturale di Confetra, diffusa in questi giorni, non lascia spazio a dubbi: i volumi merci nel Golfo sono crollati del 94 per cento, una emorragia che paralizza non solo il trasporto marittimo ma anche quello stradale, costretto a deviazioni chilometriche e a tempi di percorrenza raddoppiati.

Tariffe aeree in picchiata verso l’alto e una flotta intrappolata

Neppure il trasporto aereo, di solito più flessibile e rapido nel rispondere alle crisi, è riuscito a rimanere immune. Stando sempre ai dati elaborati da Confetra, le tariffe per le spedizioni aeree sono aumentate del 38 per cento in poche settimane: un balzo che riflette sia la ridotta capacità di carico sugli aerei commerciali, dirottati verso rotte alternative, sia la domanda crescente di beni che prima viaggiavano via nave e ora cercano disperatamente un passaggio in cabina. E mentre l’aviazione cerca di tamponare, nel Golfo persistono ancora scene di paralisi assoluta. Il report “Port Infographics 2026”, firmato da Assoporti e dal centro studi Srm (quest’ultimo legato a Banca Intesa Sanpaolo), fotografa una situazione drammatica: 977 navi risultano ancora bloccate nella zona dello stretto, una cifra che corrisponde a circa il 2 per cento del tonnellaggio globale complessivo. Un valore stimato di 23,7 miliardi di dollari immobilizzato in mezzo al mare, senza che si intravedano possibilità di un recupero rapido.

Petroliere sotto tiro e l’incognita delle riserve che si esauriscono

Tra le imbarcazioni più penalizzate restano le cosiddette “tanker”, sia quelle che trasportano prodotti grezzi sia quelle per i raffinati. Sono loro, le navi cisterna, a subire il peso maggiore della chiusura: impossibilitate a transitare, molte hanno dovuto gettare l’ancora in attesa di un nulla di fatto, mentre altre tentano il periplo dell’Africa, allungando le tratte di migliaia di miglia nautiche e moltiplicando i costi di carburante e assicurazione. Le conseguenze sulle riserve globali, già rese fragili da anni di investimenti insufficienti nel settore upstream, sono sotto gli occhi dell’IEA: il rapporto dell’agenzia parla di un «prelievo senza precedenti» dalle scorte strategiche e commerciali, con il rischio concreto che nei prossimi mesi l’offerta non riesca più a coprire nemmeno la domanda essenziale. E mentre i governi dei paesi importatori valutano misure di razionamento, il mercato assiste impotente a un meccanismo che sta trasformando ogni barile disponibile in un bene sempre più raro e conteso.

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