Aeroporti europei, conto alla rovescia per il carburante: «Tre settimane e poi sarà carenza sistemica»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’allarme, che arriva dritto da una lettera inviata alla Commissione europea, è destinato a far tremare i polsi dei viaggiatori e degli operatori del settore. Aci Europe, l’associazione che da decenni rappresenta gli interessi degli scali del Vecchio Continente, ha infatti avvertito che lo stato di salute delle riserve di cherosene è molto più critico di quanto si potesse immaginare. Se lo Stretto di Hormuz – quello snodo nevralgico da cui dipende una fetta enorme del traffico petrolifero mondiale – non dovesse riaprire completamente al transito entro le prossime tre settimane, i gestori degli hub prevedono una carenza “sistemica” di carburante per aerei. Una eventualità, questa, che rischierebbe di paralizzare di fatto il trasporto aereo a ridosso della stagione estiva, proprio quando la domanda di voli raggiunge il suo picco massimo.

La situazione, come si legge nel documento visionato dal Financial Times, è aggravata da un cocktail esplosivo di fattori. Da un lato, c’è l’impatto diretto delle attività militari in corso, che ha ridotto drasticamente i flussi di petrolio greggio verso le raffinerie europee. Dall’altro, c’è un problema strutturale di cui si era parlato poco fino a ieri: la mancanza di un sistema centralizzato di monitoraggio. «Al momento non esiste una mappatura, una valutazione o un monitoraggio a livello europeo della produzione e della disponibilità di carburante per aerei», si legge nella missiva indirizzata al commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas. Una carenza, quella della trasparenza dei dati, che impedisce una visione chiara della resilienza dei singoli Stati membri.

Le raffinerie al massimo e il rischio concreto per l’estate

A complicare ulteriormente il quadro c’è un limite fisico, quasi invalicabile. Gli impianti di raffinazione sul suolo europeo stanno già operando a pieno regime da settimane, e non esiste al momento margine per aumentare ulteriormente la produzione interna di cherosene. Ciò significa che l’unica ancora di salvezza per evitare il tracollo è rappresentata proprio dalla riapertura stabile delle rotte mediorientali. Se i negoziati – quelli che si stanno svolgendo in queste ore in varie capitali per scongiurare l’escalation – non dovessero dare frutti concreti entro la fine del mese, la situazione degenererebbe rapidamente.

Le compagnie aeree, da parte loro, stanno già correndo ai ripari, seppur con le armi spuntate. I vettori stimano di avere scorte sufficienti per coprire solo le prossime settimane, mentre i fornitori hanno smesso di garantire le consegne oltre il mese di maggio. A livello operativo, alcuni scali italiani hanno già introdotto limitazioni temporanee nei rifornimenti, concentrando il carburante disponibile sui voli a lungo raggio e riducendo le scorte per le tratte più brevi. Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane nella guerra, i prezzi del jet fuel sono rimasti su livelli proibitivi, praticamente raddoppiati rispetto ai 750 dollari a tonnellata dell’era pre-conflitto.

L’assenza di una strategia comune e il precedente asiatico

La lettera di Aci Europe rappresenta quindi un campanello d’allarme che suona in un contesto di sostanziale impreparazione istituzionale. L’associazione ha chiesto a gran voce un intervento proattivo da parte dell’Unione, sottolineando come «una crisi dell’approvvigionamento comprometterebbe gravemente le operazioni aeroportuali e la connettività aerea». Non si tratta di una previsione catastrofista, ma di una valutazione tecnica basata sui dati di consumo: se le forniture dal Golfo Persico non dovessero tornare ai livelli standard entro le tempistiche indicate, i depositi si svuoteranno prima ancora che l’estate sia iniziata.

Guardando oltre i confini europei, si trovano già esempi concreti di ciò che potrebbe accadere. Alcuni paesi asiatici, come il Vietnam, hanno infatti già avviato piani di razionamento del carburante per aerei, una misura estrema che in Europa nessuno ha ancora ufficialmente ipotizzato ma che, con il passare dei giorni e lo stallo politico che si protrae, diventa uno scenario sempre meno fantascientifico. La differenza, al momento, sta nella capacità di resilienza dei singoli Stati: mentre alcuni paesi dispongono di riserve strategiche capaci di coprire fino a tre mesi di emergenza, la maggioranza degli hub europei si trova con un’autonomia che, in alcuni casi, non supera i dieci giorni di attività normale.

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