Il giallo della telefonata tra Ranucci e Lavitola e l'ombra del depistaggio
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Redazione Interno
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L'eco della conversazione notturna tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola continua a tenere banco, alimentando ulteriori interrogativi su un rapporto che gli inquirenti stanno vagliando con il lumicino. Il dialogo, trasmesso nel corso della trasmissione "Zona Bianca" su Rete4, offre uno spaccato inedito dei giorni immediatamente successivi alla perquisizione nell'abitazione del faccendiere, avvenuta il 4 luglio, e getta nuova luce sul presunto tentativo di costruire un alibi per l'ex editore di "Avanti!".
A finire sotto la lente d'ingrandimento sono le parole con cui il conduttore di Report cerca di ricostruire i passaggi dell'amico nei pressi di Torvaianica, in un momento in cui le indagini per l'attentato di Pomezia si stavano già infittendo di ombre.
Il filo di una conversazione scomoda
Secondo quanto ricostruito, la telefonata, avvenuta nella notte tra il 4 e il 5 luglio e durata circa due ore, è stata incassata come un elemento cruciale per comprendere la dinamica del rapporto tra i due. Mentre Lavitola era già nel mirino della Procura, Ranucci sembra impegnarsi in un vero e proprio esercizio di ricostruzione logistica, cercando di giustificare la presenza del suo amico "fraterno" nelle vicinanze della sua abitazione, dove il 16 ottobre 2025 sarebbe poi esploso l'ordigno.
Nel corso del dialogo, Ranucci si perita di indicare i percorsi obbligati: "Se tu esci dalla Pontina e vai all'aeroporto di Pratica di Mare, devi andare a Torvaianica, piazza… devi passare…". Lavitola, dal canto suo, replica tentando di sminuire la questione, un atteggiamento che il direttore de Il Tempo, Daniele Capezzone, ha definito quantomeno ambiguo, arrivando a ipotizzare che "entrambi non ce la stanno raccontando tutta intera".
L'analisi di Capezzone e la "terza ipotesi"
L'intervento di Daniele Capezzone ha ulteriormente incendiato il dibattito, proponendo tre possibili chiavi di lettura del lungo faccia a faccia telefonico. La prima, quella di un accordo preventivo tra le parti, viene da lui stesso scartata come poco probabile alla luce degli elementi noti. La seconda, invece, paventa l'idea che Ranucci possa essere stato vittima di una raffinata manipolazione, al punto da prestarsi a costruire un alibi per colui che, a distanza di poco più di un mese, sarà arrestato come mandante dell'attentato.
Capezzone ha sottolineato la stranezza del comportamento: "Se noi siamo amici, e se io sono accusato di questo e tu sei la vittima, siccome sei una persona educata, ti limiterai a mandarmi a quel paese, ma sarai durissimo. E invece tu stai due ore al telefono con me a costruire il mio alibi: ma siamo pazzi?".
Il giornalista propende per una terza via, quella di una verità non integralmente rivelata, un'ipotesi che trova riscontro nelle stesse valutazioni della gip, che ha parlato di un "atteggiamento di apertura o quantomeno di curiosità" di Ranucci rispetto ai progetti di Lavitola, pur definendolo, in ultima analisi, una "vittima della manipolazione".
La strategia difensiva e le lettere dal carcere
Mentre il caso si infiamma, il detenuto Valter Lavitola, rinchiuso a Rebibbia, prova a tessere la sua trama difensiva anche attraverso missive private. In una lettera mostrata dal Tg1 e indirizzata alla compagna italo-argentina, il faccendiere si dice "non lucidissimo" ma lucido abbastanza da chiedere di poter lavorare e sperare negli arresti domiciliari, rivelando un'impotenza che definisce "pesante". "Ho provato sofferenze e frustrazioni" scrive, ammettendo implicitamente di aver commesso errori.
Tuttavia, la sua strategia processuale, come riportato dal legale Sergio Cola, si regge su una motivazione che i magistrati hanno ritenuto inverosimile: Lavitola sostiene di aver organizzato l'attentato per "tutelare l'incolumità" di Ranucci, al fine di fargli innalzare il livello della scorta. Il giudice per le indagini preliminari, però, ha già bocciato questa ricostruzione come artificiosa, rilevando la contraddizione tra la confessione e il tentativo di ridimensionare il proprio ruolo nell'organizzazione criminosa.
Le identità di Tavares e l'ombra del depistaggio
Sullo sfondo della vicenda si muove la figura di Clesio Gomes Tavares, considerato il braccio destro di Lavitola e il principale esecutore materiale. Dalle indagini emergono profili di una complessità notevole: Tavares avrebbe almeno quattro identità, e il suo vero nome sarebbe Tchoukoua Ckuidjeu, un dettaglio che alimenta i sospetti della Procura su un sistema di depistaggio orchestrato per confondere le tracce.
A questo quadro si aggiungono le ricostruzioni investigative che indicano come Lavitola, già gravato da una vecchia condanna a due anni e un mese di reclusione per la quale il Tribunale di sorveglianza dovrà esprimersi in autunno, stesse tentando di orientare le indagini ancor prima dell'esplosione.
L'accusa di depistaggio, insomma, si aggiunge a quella di mandante, delineando una strategia criminale che mirava non solo a colpire il giornalista, ma anche a orientare le successive indagini e, forse, a creare un paradosso che avrebbe accresciuto la popolarità di Ranucci, assecondando il progetto politico che Lavitola sembrava avere in mente per lui.
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