L'inchiesta su Ranucci e il cellulare: la telefonata con Lavitola e il giallo delle intercettazioni mancate

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un passaggio, nell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci, che continua a far discutere negli ambienti giudiziari romani e che, paradossalmente, rischia di passare in secondo piano rispetto alla drammaticità del gesto criminale: la sorte del cellulare del giornalista. Perché se è vero, come scrivono gli investigatori nei rapporti, che il telefono di Ranucci non è stato sottoposto ad intercettazione, allora viene da chiedersi come si possa ricostruire con esattezza il filo di una trama che ha portato alla bomba piazzata davanti alla sua villetta di Pomezia.

La questione è più tecnica che mediatica, ma è proprio su questo crinale che si gioca la credibilità di un'indagine che ha già portato all'arresto di Valter Lavitola, l'ex direttore dell'Avanti, indicato come il mandante dell'attentato del 16 ottobre 2025.

La telefonata nella notte della perquisizione

A gettare ulteriore luce sui rapporti tra i due, e a sollevare interrogativi sulla scelta investigativa di non intercettare il conduttore di Report, è il contenuto di una conversazione intercorsa nella notte tra il 3 e il 4 luglio, poche ore dopo che i carabinieri avevano perquisito casa e ristorante di Lavitola, il "Cefalù bistrò", sequestrandogli computer e telefoni. In quella circostanza, il faccendiere chiama Ranucci e i due si intrattengono in una lunga telefonata della durata di circa due ore e mezza.

Gli inquirenti, però, sono riusciti a intercettare solo una ventina di minuti di quel colloquio, un frammento sufficiente comunque a cogliere il tono concitato del giornalista e il tentativo di Lavitola di ottenere informazioni sullo stato delle indagini. Ranucci, riferendosi ai magistrati con irritazione, si lascia andare a un'affermazione che suona come uno sfogo: "Ma andassero a cercare chi cazzo è questo 'Corrado'", un riferimento a una pista che il giornalista aveva vagheggiato leggendo le intercettazioni sui presunti esecutori materiali, ma che i pm hanno invece scartato con decisione.

Il piano per "sistemarsi" con Report

Ma al di là del giallo giudiziario, dalle carte emergono anche i contorni del rapporto tra i due, definito dallo stesso Lavitola come un legame "fraterno". Un'amicizia che, stando alle ricostruzioni, avrebbe avuto anche un risvolto economico. Il faccendiere, infatti, puntava a "sistemarsi economicamente" proprio grazie a Report, immaginando di mettere in piedi una società esterna di produzione che potesse collaborare con la trasmissione di Ranucci.

Un progetto che Lavitola avrebbe coltivato a lungo, quasi fosse la sua carta per uscire dalle sabbie mobili di una carriera costellata di ombre e frequentazioni pericolose. La sua idea, raccontata nei verbali e nelle ricostruzioni della Dda, era quella di creare una struttura che facesse da ponte tra il mondo dell'informazione investigativa e quello della ristorazione e degli eventi, un sogno imprenditoriale che però si è infranto contro la realtà dell'attentato.

Le rassicurazioni di un giornalista "incredulo"

Dall'altro lato della cornetta, quella notte, Ranucci si mostra sgomento e incredulo. Per i pm, come è stato scritto in vari atti, il conduttore di Report appare "incredulo e ignaro" di ciò che stava accadendo, quasi che la notizia della perquisizione e delle accuse a Lavitola lo cogliesse del tutto impreparato. Nella telefonata, il giornalista cerca di rassicurare l'amico, dicendogli che non può esserci un movente contro di lui e che tutto si sarebbe chiarito.

Una posizione che, agli occhi degli inquirenti, suona quantomeno ingenua, se non contraddittoria, visto il tenore delle amicizie e dei progetti che legano i due. Eppure, proprio questa mancanza di intercettazioni sul telefono di Ranucci ha spinto alcuni legali e osservatori a chiedersi se il quadro probatorio non sarebbe stato molto più solido se gli investigatori avessero avuto accesso anche ai contenuti del suo dispositivo, o almeno ai tabulati.

Una domanda che rimbalza tra i palazzi della giustizia e che divide gli addetti ai lavori: c'è chi sostiene che intercettare un giornalista sia una pratica da evitare per non intaccare la libertà di stampa, e chi invece, come il sottoscritto, ritiene che in un caso così delicato, dove si parla di un attentato con un ordigno, le intercettazioni non siano solo utili, ma indispensabili. E se poi avessero fatto i tabulati anche per Sigfrido, come per Valterino, avremmo forse capito molto di più, persino quante volte era andato al ristorante nei due anni precedenti.

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