Medicina, al via il semestre filtro tra polemiche e aule affollate
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Sono oltre cinquantamila, distribuiti negli atenei di tutta Italia, gli aspiranti camici bianchi che hanno varcato la soglia delle università per il primo, storico “semestre filtro”. Un cambiamento epocale, che dopo un quarto di secolo abolisce il numero chiuso all’ingresso — quel test selettivo che per generazioni ha rappresentato l’unico, temutissimo scoglio da superare — e posticipa la selezione, aprendo le porte delle aule a chiunque voglia cimentarsi negli studi medici. Il nuovo sistema, fortemente voluto dall’esecutivo e dalla ministra dell’Università Anna Maria Bernini, si regge su un meccanismo che, sebbene apparentemente più inclusivo, nasconde una competizione solo rinviata. Agli studenti, infatti, sarà concesso di frequentare liberamente i corsi del primo semestre, incentrati su discipline fondamentali come chimica, biologia e fisica, per poi essere sottoposti, tra novembre e dicembre, a una batteria di esami il cui esito determinerà la graduatoria definitiva. Solo coloro che riusciranno a superarli — e a piazzarsi nelle posizioni utili stabilite dai singoli atenei in base ai posti realmente disponibili — potranno ufficialmente iscriversi al secondo semestre e proseguire il percorso; tutti gli altri saranno inevitabilmente scartati.
La riforma, presentata come uno strumento di maggiore meritocrazia che permetterebbe di giudicare i candidati non sulla base di un singolo quiz, ma sulla loro effettiva capacità di sostenere il carico didattico universitario, non ha però convinto l’intero mondo accademico e medico. Le critiche, che serpeggiano da mesi, si sono concretizzate in dichiarazioni come quella di Roberto Carlo Rossi, presidente dell’ordine dei medici, il quale ha bollato senza mezzi termini l’intero impianto come “una perdita di tempo”. Il timore di molti è che, eliminando lo sbarramento iniziale, si creino false aspettative in migliaia di giovani — si parla di numeri che, in alcuni grandi atenei come La Sapienza di Roma o la Federico II di Napoli, potrebbero sfiorare le diverse migliaia di unità — i quali, dopo aver investito energie e risorse in un semestre di studio, si ritroveranno comunque esclusi senza avere alternative immediate.




