La guerra al petrolio e il conto salato dell’indipendenza energetica mai raggiunta
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Redazione Esteri
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Non disponendo né di giacimenti petroliferi né di riserve di gas degne di questo nome, l’Unione europea, negli ultimi dieci anni, ha sognato di risolvere i suoi problemi energetici ricorrendo al Green Deal. Quella grande transizione verso fonti rinnovabili e pulite – meno costose sulla carta e con impatto zero sull’ambiente – doveva rappresentare la via maestra per liberarsi dal ricatto dei combustibili fossili. Peccato che questo sogno di indipendenza, in questo inizio di primavera 2026, sia stato interrotto da un brusco risveglio: la guerra tra Stati Uniti e Iran, con il conseguente caos nello Stretto di Hormuz, ha restituito all’Europa una realtà fatta di rincari e di vulnerabilità strutturale.
L’incubo dei rifornimenti e lo schiaffo del mercato globale
L’incremento della bolletta energetica europea è la cartina di tornasole di una dipendenza mai sopita. Da quando il conflitto ha chiuso di fatto le rotte vitali del Golfo, il Vecchio continente ha speso 24 miliardi di euro in più per le importazioni di energia, pur mantenendo volumi di flusso simili a quelli precedenti la crisi. Un paradosso solo apparente, perché a fare male non è tanto la mancanza fisica del greggio – che pure arriva ancora dirottato su rotte alternative – quanto il prezzo globale impazzito. E qui emerge la contraddizione più amara per Bruxelles, che si era illusa di poter sostituire un fornitore (la Russia) con un altro (gli Stati Uniti o il Medio Oriente) senza cambiare la sostanza del problema: l’Europa, in assenza di una produzione interna massiccia, resta ostaggio delle fluttuazioni speculative del mercato mondiale.
L’inerzia di Bruxelles e il caso siciliano come laboratorio della sofferenza
Mentre i ministri delle Finanze dell’Eurogruppo si riunivano per discutere senza trovare un accordo, il malessere sociale cresceva nei territori più esposti. La Regione Siciliana, costretta a guardare ai propri porti bloccati dagli scioperi degli autotrasportatori, ha dovuto inventarsi una soluzione tampone. Il governo guidato da Schifani ha stanziato 25 milioni di euro per tamponare la morsa del caro-carburanti, una somma destinata a tre settori in ginocchio – autotrasporto, agricoltura e pesca – che già a metà aprile avevano manifestato la loro rabbia paralizzando l’isola. Il provvedimento, che la Commissione europea ha sbloccato solo dopo lunghe trattative a Palazzo Berlaymont, dovrà fare i conti con il tetto del “de minimis”, ovvero il limite massimo di aiuti statali imposto per non falsare la concorrenza. Un meccanismo, quest’ultimo, che stride con l’urgenza della crisi, visto che molte aziende hanno già superato la soglia dei 300mila euro prevista.
L’asse Roma-Bruxelles e la resa dei conti sul bilancio
A livello nazionale, il pressing dell’esecutivo (con il ministro degli Esteri Tajani in prima linea) per ottenere maggiore flessibilità di bilancio si è scontrato con il muro di gomma dell’Unione. L’Italia ha chiesto di trattare le spese per l’energia alla stregua di quelle per la difesa, sbloccando così una “clausola di salvaguardia nazionale” che consentirebbe di sforare i parametri sul deficit senza incorrere in sanzioni. Una richiesta, questa, che cade in un momento delicatissimo per i conti pubblici italiani. L’Istat ha certificato un deficit al 3,1% nel 2025, un dato che, sebbene in miglioramento rispetto all’anno precedente, viola il tetto del 3% previsto dai parametri comunitari e complica l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo.
Il rilancio (indeciso) del Green Deal contro la geopolitica
Mentre il caro vita incide sulle tasche di cittadini e imprese, in Parlamento europeo si ripropone il solito, stucchevole copione. Ursula von der Leyen ha presentato il piano “AccelerateEU”, sostenendo che l’unico modo per uscire dalla trappola sia accelerare sulla transizione verde, puntando su rinnovabili e nucleare per tagliare i ponti con il gas e il petrolio importati. Tuttavia, l’ipocrisia di Bruxelles è palese: gli stessi che oggi invocano la corsa alle fonti pulite, fino a pochi mesi fa hanno smantellato pezzi del Green Deal, inserendo il gas nella tassonomia verde e rinviando l’applicazione di normative ambientali severe sotto la pressione dei grandi Stati membri. L’opposizione, rappresentata dai sovranisti e da un’ala dei popolari (con Manfred Weber a fare da ago della bilancia), contesta proprio la lentezza e l’ideologia di questa transizione, chiedendo pragmatismo: per loro, prima di parlare di futuro verde, bisogna permettere alle industrie di utilizzare le risorse domestiche (anche fossili) per sopravvivere al presente. Una spaccatura, quella tra idealisti e realisti, che rischia di lasciare l’Europa immobilizzata, con le aziende a terra e i pescherecci fermi in banchina.




