Il 25 aprile di Milano, tra gli insulti alla Brigata ebraica e lo strappo di Sala: “errore le bandiere israeliane”
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Redazione Interno
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Il corteo del 25 aprile a Milano ha lasciato sul campo qualcosa di più di una semplice polemica politica: c’è un’accusa formale, quella di violazione della legge Mancino, e c’è la rottura – ormai consumata – tra il sindaco Beppe Sala e la rappresentanza ebraica. A parlare, con parole pesanti come macigni, è Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica, che non usa giri di frase nel commentare quanto accaduto: “Frasi come ‘siete saponette mancate’ o ‘Hitler ha fatto male a non finire il lavoro’, urlate contro la Brigata Ebraica durante il corteo, non sono opinioni discutibili: sono violazioni della legge Mancino”. Un’affermazione, la sua, che arriva dritta al cuore giuridico della vicenda, anche se – va detto – sarà semmai l’autorità giudiziaria a stabilire se quei cori integrino o meno il reato di apologia di fascismo. Quel che è certo, ed emerge dal racconto dei fatti, è la distonia clamorosa tra il trattamento riservato a questi episodi e la reazione, assai più morbida, che solitamente accompagna gesti ben più espliciti di nostalgia fascista in altri contesti.
Beppe Sala entra nel merito: “l’errore della Brigata? Le bandiere israeliane”
A due giorni di distanza, il sindaco di Milano Beppe Sala rompe un silenzio che qualcuno aveva già interpretato come imbarazzo, e offre la sua versione dei fatti. Lo fa senza peli sulla lingua, attribuendo una responsabilità precisa: “L’errore della Brigata ebraica è stato partecipare con le bandiere israeliane”. Un giudizio che Sala riveste con l’abito del buon senso, quasi fosse una constatazione ovvia più che una presa di posizione politica. E aggiunge: “Da quello che mi dice l’Anpi, c’era stata…” – la frase resta sospesa, ma il senso è chiaro: ci sarebbe stato un precedente accordo o una raccomandazione disattesa. Il sindaco, insomma, sposta l’ago della bilancia sul piano dell’opportunità simbolica, provocando però un ulteriore allontanamento dalla comunità ebraica, che nelle bandiere di Israele vede non una provocazione ma un legittimo elemento identitario, specie in un corteo che celebra la liberazione dal nazifascismo.
Belli Paci: “una sconfitta per la democrazia, il Pd non ha capito nulla”
Se Sala parla da amministratore, Belli Paci parla da testimone e da cittadino ferito. “Una brutta pagina – ripete – sono stati violati i nostri diritti democratici di partecipare al corteo. Ma è stata soprattutto una sconfitta per il 25 aprile: evidentemente c’è qualcuno che pensa di essere proprietario di questa ricorrenza, e che chi non è d’accordo resta fuori”. Nel mirino del figlio di Segre finisce, seppur con una distinzione, anche il Partito democratico: “Non ha responsabilità dirette, ma non ha capito che a forza di demonizzare Israele si arriva a questo punto”. Un passaggio, questo, che collega idealmente i cori antisemiti sentiti per strada a un dibattito politico più ampio, quello sulla gestione del conflitto mediorientale e sul suo riflesso nelle piazze italiane. E mentre la sinistra, dal Pd ad Avs, si straccia le vesti di fronte a un minimo saluto romano a Dongo, ecco che a Milano accade qualcosa di più grave – secondo i diretti interessati – e la reazione appare paradossalmente meno compatta. Un’inversione di toni che restituisce bene la complessità di un Paese, l’Italia, dove la memoria del 25 aprile non è mai stata così contesa e, forse, fragile.




