Sala scarica la colpa sui simboli, e la brigata ebraica si prepara a querelare
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Redazione Interno
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Il racconto di quei minuti, filtrato dalle dichiarazioni rilasciate a caldo, restituisce l’immagine di una manifestazione andata in pezzi sotto gli occhi di una folla attonita. “Frasi come ‘siete saponette mancate’ o ‘Hitler ha fatto male a non finire il lavoro’ – ha dichiarato il direttore del Museo della Brigata Ebraica, Davide Romano, riferendosi a quanto urlato contro lo spezzone da alcuni contestatori – non sono opinioni discutibili: sono violazioni della legge Mancino”. Una presa di posizione che getta benzina sul fuoco di una polemica destinata a finire nelle aule giudiziarie, laddove l’accusa è quella di aver inneggiato apertamente alla matrice nazista proprio nel giorno che celebra la fine del suo orrore.
L’errore delle bandiere secondo il primo cittadino
Mentre dal fronte della comunità ebraica si moltiplicano gli annunci di querela, il sindaco Beppe Sala ha scelto una linea difensiva che molti, dalle associazioni partigiane ai rappresentanti della minoranza, hanno giudicato quantomeno ambigua. A margine della cerimonia per Gaetano Amoroso, il primo cittadino ha infatti commentato gli strappi del corteo definendoli “fatti spiacevoli” e auspicando migliori “formule per festeggiare” il prossimo anno; ma è l’analisi delle cause a sollevare il polverone più grosso. “Penso che l’errore sia stato partecipare con le bandiere israeliane”, ha tagliato corto Sala, aggiungendo che, da quanto riferito dall’Anpi, “c’era garanzia che non ci sarebbero state”. Una lettura liquidata come “ridicola e illiberale” da Davide Romano: “Qualcuno ha il coraggio di teorizzare che la bandiera israeliana giustifichi l’utilizzo di frasi di matrice nazista? – si chiede il direttore – La polemica sulle bandiere è figlia di logiche da Paese dittatoriale”.
Intanto, l’onta della giornata si è riversata anche sul piano degli scontri personali. Il presidente della comunità ebraica milanese, Walker Meghnagi, ha tuonato contro il presidente provinciale dell’Anpi, Primo Minelli, confermando a più riprese l’intenzione di denunciarlo per antisemitismo accusandolo di aver “organizzato l’espulsione dal corteo”. Dall’altra parte, Minelli non ha raccolto l’accusa passivamente, assicurando che sarà proprio l’Anpi, al contrario, a querelare Meghnagi per diffamazione: “Dice il falso, non lo tolleriamo più”, ha ribattuto, rivendicando la condanna delle frasi antisemite ma sottolineando l’imbarazzo per la presenza di vessilli “ambigui” che, a suo dire, hanno complicato la gestione della manifestazione.
La voce dal corteo: “Una sconfitta per la democrazia”
A rompere gli schemi della comunicazione ufficiale è il racconto in prima persona di chi quella coda di tensioni le ha vissute sulla propria pelle. Luciano Belli Paci, figlio della senatrice a vita Liliana Segre e attivista presente nel cuore della contestazione, non ha usato mezzi termini per definire quanto accaduto. “È stata una brutta pagina – ha dichiarato riferendosi al blocco subito – Sono stati violati i nostri diritti democratici di partecipare. Ma è stata soprattutto una sconfitta per il 25 aprile”. Belli Paci ha descritto lo spezzone bloccato per ore sotto al sole, protetto dalle forze antisommossa mentre dai bordi partivano insulti inauditi come le citate allusioni ai forni crematori. “Evidentemente c’è qualcuno che pensa di essere proprietario di questa ricorrenza – ha tuonato – e chi non è d’accordo resta fuori”. Un grido di allarme che sposta l’attenzione dall’incidente di percorso al sospetto di una premeditazione, confermata – secondo Belli Paci – da un comunicato dei Carc diffuso alla vigilia.
L’analisi si fa ancora più feroce se si allarga lo sguardo al resto del Paese. A Bologna, come a Roma, la stessa dinamica si è ripetuta con vittime diverse: bandiere ucraine sono state rimosse fisicamente dai cortei, e a un uomo di ottant’anni è stato impedito di sfilare con il vessillo gialloblù. Un filo rosso che lega il rifiuto della stella di David al rifiuto del tridente, accomunati dall’essere percepiti, da una frangia della piazza, come simboli di un’oppressione “coloniale” o “imperialista” sgradita alla narrazione dominante della ricorrenza. Se Sala invoca buonsenso per Israele, nessuna richiesta analoga – osservano molti commentatori di matrice politica opposta – è arrivata per rimuovere le bandiere palestinesi o gli striscioni inneggianti a Hezbollah, che invece hanno sfilato indisturbati.
Ipocrisie e silenzi del fronte largo
Nemmeno la cosiddetta “sinistra arcobaleno” esce indenne dalla giornata di fango. L’ipocrisia di fondo, per chi ha seguito i fatti senza paraocchi, è la disparità di trattamento riservata ai simboli. Se a Dongo quattro nostalgici fanno un saluto romano, la reazione del Pd e di Avs è immediata e corale; se invece, in una piazza milanese, una folla impedisce con violenza verbale a rievocatori della seconda guerra mondiale di sfilare, la condanna tarda ad arrivare o viene condita di “ma”. “Ha ragione Daniele Nahum a sostenere che l’antisemitismo sta a sinistra, non a destra”, scrive un osservatore, notando che persino Angelo Bonelli, pur condannando le frasi, ha parlato di “provocazione” da parte delle bandiere israeliane. Una giustificazione che suona, agli orecchi della comunità ebraica, come una vecchia cantilena: “Invece di essere condannati senza riserve, si sta cercando di giustificare i reati con la presenza di bandiere ‘inopportune'”, ha protestato Romano.
Tra i banchi del Palazzo, la confusione regna sovrana. Emanuele Fiano, ex parlamentare dem di religione ebraica, ha distinto tra antisemitismo e anti-israelianesimo, pur ammettendo che “ci sono state anche frasi antisemite”. Un gioco di equilibri che rischia di lasciare un vuoto di rappresentanza proprio dove la democrazia più avrebbe bisogno di chiarezza. In quest’assenza di condanne univoche, spicca il silenzio (o il cambio di prospettiva) di chi, come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha scelto di non entrare nel merito di quanto accaduto a Milano, limitandosi a un generico richiamo ai valori fondanti. Eppure proprio l’urlo “Ora e sempre Resistenza”, che molti hanno intonato anche per contestare la brigata, rischia di essere svuotato di significato se diventa un grido di battaglia escludente.




