Il bunker di Khamenei distrutto, l’Idf pubblica le immagini dei raid. L’incognita sulla successione e il tesoro del Setad

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Cinque giorni dopo l’inizio dell’offensiva a sorpresa che ha scosso gli equilibri del Medio Oriente, le Forze di Difesa Israeliane hanno diffuso le immagini dei bombardamenti che hanno polverizzato il bunker sotterraneo di Ali Khamenei, il leader supremo dell’Iran la cui morte era stata annunciata già nelle prime ore del conflitto. Un attacco condotto con una potenza inusitata – una flotta di circa cinquanta jet da combattimento ha letteralmente saturato l’obiettivo con un centinaio di ordigni – e che, stando a quanto rivendicato dall’esercito israeliano, non aveva solo un valore simbolico: quella struttura, incastonata nel cuore di Teheran, era ancora operativa e utilizzata da alti funzionari del regime per le riunioni strategiche. La decisione di mostrare i filmati dei raid, con la loro crudezza tecnica, sembra rispondere alla volontà di dimostrare la precisione e la profondità del proprio dispositivo d’attacco, sottolineando come nessun punto del territorio nemico, neppure quelli più protetti e segreti, possa considerarsi al sicuro.

Il vuoto lasciato dalla Guida, però, apre uno scenario di complessità inaudita per la Repubblica Islamica. Non si tratta soltanto di colmare un’assenza al vertice della gerarchia religiosa, ma di districare un nodo che intreccia successione politica, lealtà militari e controllo di un impero economico talmente vasto e opaco da rappresentare, di fatto, lo scheletro finanziario del potere. Il riferimento è al Setad, acronimo farsi di "Sede Esecutiva dell'Ordine dell'Imam", un conglomerato nato nel 1989 per volere di Ruhollah Khomeini con il compito di amministrare le proprietà confiscate dopo la rivoluzione. Quello che doveva essere un ente di gestione temporaneo si è trasformato, nei decenni, in un mostro finanziario che oggi, secondo stime aggiornate, varrebbe intorno ai 200 miliardi di dollari, un patrimonio che – particolare non irrilevante – non è soggetto ad alcun controllo parlamentare e risponde esclusivamente alla Guida Suprema. Un tesoro che spazia dall’immobiliare alla farmaceutica, dalla chimica alle telecomunicazioni, e che ha garantito a Khamenei e alla sua cerchia un’autonomia assoluta dalle casse statali e persino dai proventi del petrolio.

Il nodo della successione e lo scontro tra pasdaran e clero

Ed è proprio sul controllo di questo patrimonio, e più in generale sul futuro del paese, che si è innestata la partita per la successione. Una partita che, a quanto emerge, vede contrapposti due schieramenti: da un lato il clero tradizionale, riunito nell’Assemblea degli Esperti – decimata dai raid ma evacuata in tempo – che guarda con sospetto a un passaggio ereditario del potere; dall’altro i pasdaran, il potente dei Guardiani della Rivoluzione, che avrebbero invece spinto con decisione per l’elezione di Mojtaba Khamenei, figlio cinquantaseienne del leader ucciso. I militari, che controllano ampie fette dell’economia e dell’apparato di sicurezza, vedrebbero in Mojtaba non solo una continuità dinastica, ma la garanzia di preservare l’attuale sistema di potere e i suoi privilegi, evitando che le redini del Setad e delle altre fondazioni possano finire in mani meno fedeli o, peggio, riformiste. Per i religiosi più puristi, invece, l’ipotesi di una successione padre-figlio puzza di nepotismo e tradisce lo spirito anti-monarchico della rivoluzione del 1979, creando un pericoloso precedente che potrebbe alienare al regime quel poco consenso popolare rimasto.

L’Assemblea degli Esperti, composta da 88 chierici, si sarebbe riunita in videoconferenza nei giorni scorsi nel tentativo di ratificare una decisione, ma l’annuncio ufficiale tarda ad arrivare e il silenzio che avvolge il nome del successore è assordante. Fonti vicine ai pasdaran, riprese da alcune agenzie, insistono sul nome di Mojtaba, descritto come uomo d’affari abilissimo e con solidi legami con l’apparato di sicurezza, ma altre voci interne al regime smentiscono seccamente, definendo certe indiscrezioni come "fabbricate da fonti vicine a Israele". Quello che è certo è che la scelta, in un paese sotto bombardamento e con le istituzioni nel mirino, non è solo una questione di legittimità religiosa, ma un crudo problema di sopravvivenza. L’ala dura del regime, quella che fa capo proprio ai pasdaran, sembra intenzionata a blindare il sistema anche a costo di trasformare la teocrazia in una dittatura militare a trazione familiare, dove il clero fornisca solo la copertura formale a decisioni prese altrove. E mentre Teheran trattiene il fiato in attesa di un nome, l’enorme macchina economica del Setad – quel tesoro da 200 miliardi costruito anche sulle confische ai danni di oppositori e minoranze religiose – resta lì, come un’eredità avvelenata sulla quale si allungano ombre e appetiti.

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