La guerra di Hormuz e i superprofitti dell'energia: l'analisi di Oxfam

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'incendio mediorientale, divampato alla fine dello scorso febbraio con l'offensiva statunitense e israeliana contro l'Iran, ha innescato un meccanismo economico perverso, destinato a scrivere un nuovo capitolo nella storia delle disuguaglianze globali.

Mentre le cronache si concentrano sugli sviluppi militari e sul prezzo politico dell'escalation, un rapporto pubblicato dall'organizzazione non governativa Oxfam in concomitanza con l'apertura del G7 di Evian getta una luce impietosa sugli effetti collaterali del conflitto, rivelando come la crisi si stia trasformando in un colossale moltiplicatore di ricchezza per un'élite ristrettissima di operatori del settore energetico.

L'analisi, basata sui dati di Forbes, quantifica in termini quasi astratti il flusso di denaro che, dai bilanci di famiglie e imprese, confluisce nelle casse dei grandi gruppi petroliferi e dei loro azionisti principali.

Numeri da capogiro: 23,5 miliardi in due mesi e mezzo

Il dato più eclatante riguarda la crescita patrimoniale di un gruppo selezionato di 41 miliardari, tutti residenti nei paesi del G7 e attivi nel comparto energetico, che nei soli primi due mesi e mezzo di guerra hanno visto la loro ricchezza complessiva aumentare di 23,5 miliardi di dollari. una cifra che, tradotta in termini di flusso quotidiano, equivale a oltre 300 milioni di dollari al giorno, o ancora, per rendere l'idea di un'accumulazione quasi impercettibile ma costante, a circa mille dollari ogni 0,3 secondi, il tempo medio di un battito di ciglia.

Si tratta, come sottolineato da Oxfam, di un'impennata che non ha precedenti recenti e che si inserisce in un contesto più ampio: dal 2020, la ricchezza complessiva dei miliardari di tutto il mondo è cresciuta di 9,8 trilioni di dollari, attraversando indenne la pandemia, le crisi inflazionistiche e ora questo nuovo shock geopolitico.

L'impennata degli utili delle major e il mercato dei fertilizzanti

A determinare questa pioggia di ricchezza sono ovviamente i profitti record delle sei principali compagnie petrolifere globali, le cosiddette "Big Six", che includono colossi come Shell, BP, TotalEnergies ed Eni, i cui bilanci stanno beneficiando in modo esponenziale della volatilità dei prezzi.

Secondo le proiezioni di Oxfam, gli utili aggregati di queste aziende sono destinati a chiudere il 2026 con un balzo dell'80% rispetto alle stime formulate prima dell'inizio del conflitto, il che significa 68 miliardi di dollari in più del previsto, per un totale che si attesterebbe attorno ai 152 miliardi di dollari.

Un business che non si limita al solo petrolio: l'effetto domino si estende a settori ad esso collegati, come quello dei fertilizzanti, dove le tre maggiori multinazionali mondiali vedranno i loro utili crescere del 23% rispetto alle previsioni prebelliche, un extraprofitto di circa 928 milioni di dollari, alimentato dall'aumento dei costi dell'energia e della logistica che si ripercuote sull'intera filiera agroalimentare.

Il costo umano e il paradosso degli aiuti allo sviluppo

Il quadro delineato da Oxfam appare tanto più drammatico se lo si confronta con la situazione economica di famiglie e imprese, alle prese con un caro-bollette che sta erodendo i bilanci domestici e frenando la ripresa, e con le scelte di politica economica adottate dai governi del G7. L'organizzazione denuncia una dinamica paradossale: mentre i profitti del comparto energetico schizzano alle stelle, i paesi più industrializzati hanno varato il taglio più consistente della storia agli aiuti pubblici allo sviluppo destinati alle economie più povere, riducendoli di 48 miliardi di dollari tra il 2024 e il 2025.

Una riduzione che, secondo i calcoli di Oxfam, equivale a ciò che gli stessi miliardari del G7 sono riusciti ad accumulare in appena nove giorni nello stesso arco temporale, un dato che fotografa con crudezza l'inversione di rotta nella redistribuzione globale della ricchezza.

L'organizzazione ha infine rivolto un appello ai leader del G7, e in particolare ai paesi del cosiddetto G6 (escludendo gli Stati Uniti), affinché intervengano introducendo una tassazione sugli extraprofitti delle compagnie energetiche e sui grandi patrimoni, misure che potrebbero finanziare il sostegno alle famiglie più colpite e la cancellazione del debito per i paesi in difficoltà, spezzando un circolo vizioso che, in tempo di guerra, sembra premiare solo i pochi a scapito dei molti.

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