L’Armenia sceglie l’Europa, la Kallas: “Sfidando le pressioni russe”. Vittoria netta per Pashinyan
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La piccola repubblica caucasica, arenatasi per decenni in una complessa dipendenza da Mosca che ne condizionava pesantemente le scelte diplomatiche e le prospettive di sicurezza, ha compiuto un passo decisivo verso Occidente.
Mentre i seggi chiudevano domenica sera – e le lacrime di qualche elettore raccontavano meglio di qualsiasi sondaggio il desiderio di emancipazione – i numeri parlavano chiaro: il partito del premier uscente Nikol Pashinyan, Contratto Civile, si è aggiudicato le elezioni parlamentari con un netto 49,8% delle preferenze, pari a 64 seggi su 105 nell’Assemblea Nazionale.
Un risultato, questo, che gli assicura la maggioranza assoluta e gli consente di blindare la sua scommessa più rischiosa: avvicinare l’Armenia all’Unione Europea dopo la traumatica perdita del Nagorno-Karabakh, un territorio conteso che l’Azerbaigian ha riconquistato con la forza nel 2023, causando una profonda ferita nell’orgoglio nazionale e un esodo di massa della popolazione armena locale.
La reazione di Bruxelles e il giudizio sulla pressione russa
Non è tardata ad arrivare la reazione della diplomazia comunitaria, a testimonianza dell’importanza geopolitica della tornata elettorale. L’Alta rappresentante per gli Affari esteri, Kaja Kallas, arrivando a Cipro per un vertice informale dei ministri della Difesa, ha voluto sottolineare come il popolo armeno abbia resistito a un clima di intimidazione prima di recarsi alle urne: “Voglio dire qualche parola sull’Armenia.
L’affluenza è stata davvero buona e, naturalmente, i voti si stanno ancora contando, ma al momento sembra che il popolo armeno, sebbene sotto una forte pressione russa, abbia comunque scelto di avere un futuro europeo”.
Una dichiarazione, la sua, che fotografa un contesto internazionale teso: nelle settimane precedenti al voto, Mosca aveva intensificato le minacce di ritorsioni economiche – dal gas alle esportazioni di beni di prima necessità – nel tentativo di condizionare l’esito del voto, accusando poi l’opposizione filorussa di aver subito “pressioni senza precedenti” da parte delle autorità locali, come riportato da fonti giornalistiche internazionali.
La spaccatura con Mosca e il difficile equilibrio economico
Se da un lato Bruxelles esulta per questa ennesima prova di maturità democratica – che allontana ulteriormente l’Armenia dall’orbita dell’ex impero zarista – dall’altro il Cremlino incassa una sconfitta diplomatica non indifferente, osservando con crescente preoccupazione l’avanzata occidentale in un’area che considera strategica per la propria sicurezza nazionale.
I partiti dichiaratamente filorussi, come la coalizione Strong Armenia (seconda con il 23,3%) e l’Armenia Alliance (terza con il 9,9%), pur entrando in parlamento non hanno scalfito la saldezza del premier uscente, che ora dovrà districarsi in una delicata fase di transizione.
Pashinyan, infatti, ha ereditato un’economia fortemente integrata con quella russa: la dipendenza energetica e le esportazioni di prodotti alimentari verso est rappresentano variabili che il leader di Contratto Civile non può ignorare, specialmente se consideriamo che Mosca vende il gas a Yerevan a un prezzo politico di 177,50 dollari per mille metri cubi, mentre i listini europei viaggiano ben oltre i 600 dollari. Una differenza abissale che rischia di trasformarsi nella principale arma di ricatto del vicino settentrionale nei prossimi mesi.
Le inchieste giudiziarie e le polemiche nell’Armenia del dopo-guerra
Al di là delle dinamiche internazionali, la campagna elettorale è stata segnata anche da sviluppi giudiziari interni che hanno acceso le polemiche, senza però scalfire il consenso verso l’esecutivo. Le autorità armene hanno aperto 59 procedimenti penali per presunte violazioni elettorali – tra cui accuse di voto multiplo – portando all’arresto di almeno nove persone.
Una situazione, questa, utilizzata dall’opposizione per denunciare un uso distorto della macchina statale: il magnate russo-armeno Samvel Karapetyan, leader della seconda forza politica Strong Armenia, ha condotto la sua campagna ai domiciliari (dopo essere stato accusato di istigazione alla rivolta) definendo la tornata “vergognosa”, mentre l’ex presidente Robert Kocharyan ha parlato di “usurpazione del potere” in merito alla prematura proclamazione della vittoria da parte del premier.
Nonostante le contestazioni, la popolazione – stanca dei conflitti e desiderosa di voltare pagina dopo il disastro del 2023 – ha premiato la linea del riavvicinamento all’Europa e la promessa di normalizzazione dei rapporti con Baku e Ankara, un elemento che ha caratterizzato anche il discorso di vittoria del primo ministro, il quale ha auspicato una “reazione positiva” da parte dei vicini turchi e azeri.




