Vlahovic, il leader: "Sugli esoneri la colpa è di tutti. Sul rinnovo, scenari aperti"
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Redazione Sport
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Un Dusan Vlahovic che parla da capitano, assumendosi responsabilità che vanno ben oltre l'area di rigore, è quello che ha conquistato non solo la standing ovation dello Stadium ma anche la scena nella conferenza stampa seguente alla netta vittoria sull'Udinese. Il centravanti, autore del momentaneo vantaggio su calcio di rigore, ha imbracciato i microfoni con una schiettezza inusuale, trasformando l'incontro con i giornalisti in un'esplicita analisi delle colpe collettive e in un punto di svolta per la percezione del suo ruolo all'interno del club. La sua voce, carica di una determinazione che fino a poco fa sembrava smarita, ha tracciato un solco netto tra un passato di incertezze e un presente che pretende concretezza, toccando con franchezza temi spinosi come l'instabilità della panchina e il proprio futuro contrattuale, il quale, nonostante i due anni che ancora separano dalla scadenza del suo attuale accordo, appare già come uno dei dossier più caldi della prossima sessione di mercato.
L'analisi spietata: "Tre allenatori, colpa di tutto lo spogliatoio"
Quando il discorso è scivolato sull'esonero di Igor Tudor, Vlahovic non ha cercato alibi né ha distribuito accuse facili, scegliendo invece una riflessione corale che suona come un esame di coscienza per l'intero ambiente. "Abbiamo cambiato tre allenatori in un anno e mezzo", ha affermato il serbo, la cui constatazione, per quanto semplice, contiene un giudizio severo sull'instabilità cronica del progetto. "Dobbiamo guardarci allo specchio e capire dove stiamo sbagliando", ha proseguito, "perché non credo sia giusto incolpare solo una persona: è colpa di tutti". Queste parole, che rifiutano la comoda ricerca di un capro espiatorio, delimitano i confini di un nuovo approccio, più maturo e consapevole, dove l'unica via d'uscita viene identificata in un impegno collettivo e in una presa di responsabilità che parta dai giocatori stessi, i quali, secondo la sua visione, devono "parlare di meno e fare di più".
La vittoria come punto di partenza, non di arrivo
La prestazione contro l'Udinese, per quanto convincente, è stata immediatamente inquadrata dal numero nove non come una meta ma semplicemente come un dovere assolto, il primo passo di un percorso ancora tutto da costruire. "Oggi dovevamo dare un segnale", ha ammonito Vlahovic, "ma se non lo facciamo anche nelle prossime partite non serve a niente". Questo monito, lanciato con la serietà di chi ha vissuto in prima persona le altalene di rendimento dell'ultimo periodo, fissa un parametro di giudizio ben preciso per le settimane a venire, spostando l'attenzione dalla singola prestazione alla necessità di una costanza che finora è mancata. La sua esortazione a "continuare così" suona quindi come un impegno personale e una richiesta ai compagni, affinché l'euforia del risultato non si dissolva ancora una volta nell'inconcludenza.
Il futuro contrattuale: un dialogo ancora aperto
Sul tema, sempre più attuale, del rinnovo del contratto – la cui validità è fissata al giugno 2026 – Vlahovic ha mantenuto una posizione pragmatica, lasciando intendere che ogni scenario rimanga concretamente possibile. "Esiste ancora la possibilità di rinnovare l'accordo con la Juventus? Non so quanti mesi manchino", ha dichiarato, gestendo con freddezza le domande più dirette sul suo avvenire. La sua risposta, "mai dire mai", sebbene non costituisca una dichiarazione d'intenti, tiene aperto un canale di dialogo con la società, in un momento in cui il suo rendimento, finalmente all'altezza delle aspettative, lo riporta al centro dell'attenzione non solo della tifoseria bianconera ma anche di alcuni tra i maggiori club europei, i quali potrebbero vedere in lui un'opzione di mercato di altissimo profilo.




