Europa alla svolta: si rafforza il fronte del "made in Europe" tra spinte industriali e nuovi protezionismi
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Redazione Esteri
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Mentre i dati macroeconomici, sostenuti dagli ingenti finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, continuano a mostrare segnali incoraggianti su occupazione e prodotto interno lordo, la struttura competitiva dell'economia continentale naviga in acque sempre più agitate, costringendo l'Unione europea a riconsiderare radicalmente i propri paradigmi commerciali. La crescente rivalità geopolitica, unita a un deficit commerciale con la Cina che sfiora i 350 miliardi di euro, ha infatti spinto Bruxelles verso un approccio più assertivo, ispirato in parte al celebre "Buy American" statunitense, il quale, dopo anni di dibattiti spesso ideologici, sembra ora tradursi in una politica industriale concreta. La mossa, che replica in qualche misura le strategie adottate da Pechino e Washington, risponde a una precisa richiesta del mondo produttivo: oltre milleduecento imprenditori, preoccupati dalla frammentazione degli sforzi e dalla concorrenza sleale, hanno recentemente sottoscritto un appello per chiedere che al centro dell'agenda comunitaria venga posta, senza ulteriori indugi, una chiara "preferenza europea".
Il sostegno politico e il dibattito sull'indipendenza strategica
Questa spinta dal basso trova un solido riscontro nelle alte sfere delle istituzioni comunitarie, dove il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Stéphane Séjourné, ha pubblicamente invocato l'adozione di un marchio "made in Europe" quale risposta più efficace alla sfida posta dalle altre grandi potenze. La sua posizione, delineata in un editoriale apparso su diversi quotidiani nazionali, insiste perché si stabilisca definitivamente un meccanismo di favor per i prodotti dell'industria comunitaria nei settori più strategici, segnando un deciso cambio di passo rispetto al tradizionale liberoscambismo. Una visione, la sua, che riecheggia e dà seguito operativo alle raccomandazioni contenute nei rapporti preparati da due ex presidenti del Consiglio, i quali avevano già immaginato un continente economicamente più forte e autonomo, capace di ridurre la propria dipendenza sia dagli Stati Uniti d'America, ora guidati da Donald Trump, sia dalla Cina.
Le tensioni diplomatiche e la ricerca di unità
Il percorso verso questa autonomia, tuttavia, non è privo di ostacoli e genera frizioni anche tra i principali attori dell'Unione, come dimostrano le recenti mosse del presidente francese. Quest'ultimo, in un'intervista rilasciata a Le Monde e ad altri media continentali, ha lanciato un monito sull'urgenza di "smuovere le acque" per sostenere l'indipendenza economica europea, rilanciando con forza proposte ambiziose come quella degli eurobond per finanziare progetti comuni in settori ad alta tecnologia. La sua domanda retorica – se gli europei siano pronti a diventare una potenza a tutti gli effetti – risuona in un momento delicato, mentre cerca di recuperare terreno politico dopo essere stato in qualche modo scavalcato su certi temi dalle iniziative congiunte di altri leader.
Le implicazioni per il sistema industriale italiano
Rimane aperto, e cruciale, l'interrogativo su quali benefici concreti questa nuova direzione possa portare alla manifattura italiana, da sempre colonna portante dell'economia nazionale. Se da un lato un "made in Europe" protezionista potrebbe offrire una barriera difensiva alle imprese più esposte alla competizione globale, dall'altro solleva questioni circa la capacità del sistema-Paese di sfruttare appieno tale scudo, considerando le sue note fragilità infrastrutturali e burocratiche. La partita si gioca quindi sulla reale capacità di Bruxelles di tradurre una preferenza teorica in un vantaggio competitivo misurabile, evitando che essa si risolva in un mero esercizio retorico o, peggio, in un freno agli scambi che finirebbe per danneggiare proprio quelle economie esportatrici che intende proteggere.




