L’inchiesta della Dda di Palermo che scuote la Regione tra appalti e presunti favori al boss di Favara
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Redazione Interno
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La Direzione distrettuale antimafia di Palermo, con un’operazione che ha richiesto il coordinamento di diverse forze di polizia, ha messo nero su bianco un sistema di presunte collusioni tra pubblici ufficiali e Cosa nostra, portando all’arresto di un dirigente dell’amministrazione regionale e di un imprenditore ritenuto vicino agli ambienti mafiosi. L’indagine, che si annuncia complessa e destinata a produrre ulteriori sviluppi giudiziari, vede coinvolta anche una figura di primo piano della sanità siciliana, Salvatore Iacolino, da pochi giorni nominato direttore generale del Policlinico di Messina e finito nel registro degli indagati con le pesanti accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. Secondo quanto ricostruito dai magistrati, al centro della rete di rapporti illeciti ci sarebbe Carmelo Vetro, esponente di spicco della famiglia mafiosa di Favara, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa e ora di nuovo in carcere. Le carte dell’inchiesta dipingono il profilo di un boss in grado di muoversi con disinvoltura tra imprenditoria e politica, sfruttando un fitto reticolo di conoscenze che, stando alle ipotesi accusatorie, includeva figure chiave della burocrazia regionale. Non solo: gli inquirenti avrebbero documentato come Vetro potesse contare su canali preferenziali per ottenere appalti e agevolazioni, un meccanismo che avrebbe garantito linfa economica al clan e rafforzato il suo prestigio criminale.
Il dirigente “insostituibile” e il patto corruttivo sugli appalti pubblici
Tra i destinatati delle misure restrittive, la figura di Giancarlo Teresi, dirigente del dipartimento Infrastrutture e Mobilità della Regione Siciliana, assume contorni emblematici. Non è la prima volta che il nome di Teresi finisce in un’inchiesta giudiziaria: era già stato arrestato nel 2020 con l’accusa di corruzione, un processo ancora in corso che non ne ha però minato la posizione all’interno dell’amministrazione. Anzi, nonostante l’età pensionabile ormai superata, un decreto dell’assessorato delle Autonomie locali ne aveva disposto la permanenza in servizio fino al settantesimo compleanno, una decisione giustificata con la sua “indispensabilità” per la macchina burocratica. Ora, la nuova inchiesta della Procura di Palermo gli contesta di aver messo la propria funzione pubblica al servizio degli interessi privati di Carmelo Vetro. Secondo l’accusa, Teresi avrebbe pilotato gare e affidamenti nel settore dei lavori pubblici – in particolare per dragaggi, bonifiche e ripascimenti costieri nei porti di Marinella di Selinunte, Scicli-Donnalucata e Terrasini – favorendo sistematicamente la Ansa Ambiente s.r.l., società riconducibile al boss di Favara. In cambio, il dirigente regionale avrebbe intascato tangenti in denaro, con tre dazioni documentate dai magistrati tra la primavera e l’estate dello scorso anno. Un meccanismo, questo, che avrebbe consentito a Vetro di aggirare gli ostacoli rappresentati dalle misure di prevenzione e dalle interdittive antimafia, operando di fatto in un settore delicato come quello dei rifiuti e consolidando la propria posizione anche grazie ai rapporti con personaggi di primo piano della criminalità organizzata, come Giovanni Filardo, cugino del celebre boss Matteo Messina Denaro.
Le ramificazioni dell’inchiesta e il ruolo del manager Iacolino
Parallelamente all’arresto di Teresi e Vetro, l’attenzione degli investigatori si è concentrata sulle figure che avrebbero costituito l’anello di congiunzione tra il mondo mafioso e i vertici istituzionali. In questo quadro si inserisce la posizione di Salvatore Iacolino, manager di lungo corso e con un passato da europarlamentare del Pdl, la cui nomina al Policlinico di Messina risale a meno di una settimana fa. Perquisizioni sono state eseguite dai carabinieri nelle sue abitazioni e nei suoi uffici, su disposizione della Procura, e per lui l’ipotesi di reato è di una gravità inaudita: concorso esterno in associazione mafiosa. I magistrati della Dda ipotizzano che Iacolino, forte della sua influenza e della rete di relazioni costruite negli anni alla guida del dipartimento Pianificazione strategica dell’assessorato alla Salute, abbia messo le sue conoscenze a disposizione di Carmelo Vetro, suo compaesano. In particolare, gli si contesta di aver favorito gli interessi economici del boss, segnalando persone da assumere e creando un canale diretto e riservato tra Vetro, i vertici dell’Asp di Messina – che avrebbe più volte sollecitato – e altri funzionari di spicco della Regione. Tra questi, secondo le accuse, figurerebbero la vicepresidente della commissione Antimafia dell’Ars, Bernadette Grasso, e il capo della Protezione civile siciliana, Salvatore Cocina, contatti che il boss avrebbe utilizzato per raccomandare propri protetti. In cambio di questi presunti favori, Iacolino avrebbe ricevuto finanziamenti per le sue campagne elettorali e la promessa di assunzioni di lavoratori in una società operante nel Messinese.
Accreditamenti sanitari e revoche: le mani della mafia sulla sanità
Un capitolo specifico dell’inchiesta riguarda le presunte ingerenze di Cosa Nostra nel settore sanitario, un ambito strategico per gli ingenti finanziamenti pubblici che movimenta. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’asse tra Iacolino e Vetro si sarebbe concretizzato in due vicende precise, entrambe legate a procedimenti di accreditamento regionale per prestazioni sanitarie. Da un lato, Iacolino si sarebbe attivato per agevolare l’Arcobaleno srl, una società riconducibile a Giovanni Aveni, imprenditore in affari con il boss e anch’egli finito nel registro degli indagati. Dall’altro, il manager avrebbe esercitato pressioni per la revoca dell’accreditamento alla Anfild Onlus di Messina, un ente concorrente di Aveni. In sostanza, l’accusa è che Iacolino abbia utilizzato il suo ruolo per orientare decisioni amministrative a vantaggio degli interessi economici della cricca facente capo a Vetro, dimostrando una permeabilità dei pubblici poteri alle logiche criminali che, a detta dei magistrati, appare tanto più grave se si considera il ruolo apicale ricoperto dall’indagato e la delicatezza delle funzioni esercitate. La Dda parla di un sistema consolidato di corruzione, nel quale le mafie non si limitano a infiltrarsi ma cercano di condizionare dall’interno le scelte della pubblica amministrazione, instaurando rapporti di scambio con funzionari infedeli e professionisti compiacenti. Un quadro che, nelle more degli accertamenti e nel pieno rispetto della presunzione di innocenza, restituisce l’immagine di una regione in cui il confine tra affari leciti e illeciti appare sempre più labile.




