Borse europee tengono il rialzo, lo slancio dell’AI raffredda l’effetto petrolio
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Redazione Economia
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La cautela che aveva caratterizzato le prime battute della seduta, complice l’attesa per l’apertura degli Stati Uniti dopo la pausa del Memorial Day, sembra essersi progressivamente sciolta lasciando spazio a un sentiment decisamente più costruttivo.
I listini del Vecchio Continente confermano il trend positivo a metà giornata, con gli acquisti che si distribuiscono in modo trasversale nonostante il peso di alcuni elementi geopolitici ancora irrisolti; tra questi, la tensione latente in Medio Oriente resta un fattore di disturbo, anche se l’ipotesi – per quanto non ancora formalizzata – di una tregua tra Washington e Teheran continua a essere digerita dagli algoritmi.
A spingere i corsi, d’altra parte, non è solo il sollievo per un possibile cessate il fuoco, ma una narrazione ormai consolidata che vede nell’intelligenza artificiale il principale motore della propensione al rischio, una narrazione che ha trovato proprio ieri un nuovo, poderoso carburante oltreoceano.
Il duello tra geopolitica e chip
L’elemento che più di ogni altro sta rimodellando l’orizzonte degli investitori, in queste ore, è rappresentato dalla performance a dir poco folgorante di Micron Technology. Il produttore di chip di memoria, come riportato da fonti finanziarie, ha varcato la soglia psicologica del bilione di dollari di capitalizzazione, un traguardo storico raggiunto grazie a un balzo del 18% che ha portato il titolo ben oltre quota 890 dollari.
Dietro questo exploit, va detto, non c’è una semplice operazione di mercato, ma una presa d’atto strutturale: l’hardware deputato alla conservazione dei dati, a lungo considerato il "parente povero" dei semiconduttori, è diventato una risorsa critica quanto i processori stessi per alimentare i moderni sistemi di AI. La conseguenza è un effetto alone che contagia l’intero comparto tecnologico, e i futures di Wall Street – dove il Nasdaq ha archiviato l’ultima sessione con nuovi record – si muovono già in netto rialzo, suggerendo una prosecuzione della tendenza.
Piazza Affari e la lenta discesa del greggio
In questo contesto ibrido, Milano si muove con una certa baldanza riagganciando la soglia dei 50.000 punti, un livello che rappresenta più uno scoglio psicologico che un vero e proprio supporto tecnico. L’indice Ftse Mib procede a un ritmo dello 0,3% circa, trainato come da copione dai titoli del lusso – settore sensibile al sentiment e al potere d’acquisto globale – e da alcuni nomi dell’industria, mentre una spinta non trascurabile arriva dal comparto auto, con Volvo che galoppa a Stoccolma e Stellantis che tiene bene a Milano.
Se la borsa ignora le tensioni, lo stesso non si può dire del mercato dell’energia: il petrolio scivola verso i 96 dollari al barile, un movimento che viene letto dalla sala operative come un’ancora di salvezza per le banche centrali. Il calo della materia prima, alimentato dalle speranze di una riapertura dello Stretto di Hormuz e quindi di una normalizzazione delle catene di fornitura, alleggerisce la pressione sulle aspettative inflazionistiche, offrendo un margine di manovra prezioso in attesa dei prossimi dati macro.
Tutti gli occhi sulla tregua Hormuz
La narrativa prevalente tra gli operatori, tuttavia, non deve far dimenticare la fragilità dell’intesa che aleggia sul Golfo Persico. L’ottimismo relativo a un accordo tra Stati Uniti e Iran – che potrebbe scongiurare un’escalation militare – è l’unica variabile in grado di giustificare, al momento, l’inversione di tendenza del greggio. Finché le diplomazie parleranno, e finché i dazi di Trump sull’Europa rimarranno una minaccia rinviata piuttosto che una realtà concreta, le borse europee possono permettersi di guardare a Wall Street.
E Wall Street, al momento, guarda solo ai numeri della rivoluzione digitale, dove un chip venduto a caro prezzo vale molto più di mille barili di petrolio.




