Borse, il rimbalzo dell’Europa si scontra con il petrolio e le smentite di Teheran
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Redazione Economia
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La seduta del 24 marzo ha consegnato agli archivi di piazza Affari e delle principali piazze europee un quadro profondamente contrastato, lontano da quelle letture univoche che gli investitori, in fondo, continuano a inseguire senza mai afferrarle del tutto. Da un lato, i listini del Vecchio Continente hanno tentato un timido recupero, aggrappandosi alla scia positiva lasciata in eredità dalle borse asiatiche; dall’altro, però, questa spinta iniziale si è subito scontrata con una realtà fatta di materie prime in fiamme e di parole, quelle provenienti dall’asse Washington-Teheran, che si sono rivelate più fragili del previsto. L’indice Ftse Mib di Milano ha chiuso con un +0,42%, un guadagno che definire “mediocre” – come qualcuno ha fatto – non è del tutto ingeneroso, se lo si confronta con la performance migliore della giornata, quella di Londra, che ha messo a segno un +0,72%. Eppure, anche quel dato britannico, come i +0,2% di Parigi e il +0,1% di Francoforte, racconta più di una sospensione che di una vera ripresa.
A determinare questa andatura a due velocità – o meglio, questa generale mancanza di convinzione – è stata innanzitutto la volatilità del fronte energetico. Il petrolio, dopo una breve fase di assestamento legata all’ottimismo seguito alle dichiarazioni di Donald Trump, è tornato a correre: i future sul Brent hanno superato agevolmente la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, attestandosi a 104 dollari, mentre il Wti ha toccato quota 92,4 dollari. È la conseguenza diretta, questa, della netta smentita arrivata da Teheran rispetto ai “colloqui positivi” evocati dal presidente americano; una smentita che ha ricacciato indietro ogni ipotesi di una rapida distensione, riportando al centro della scena il nodo dello Stretto di Hormuz, la cui parziale chiusura continua a minacciare le forniture globali di greggio. Parallelamente, il gas naturale al Ttf di Amsterdam ha mostrato un andamento meno lineare, segnando una flessione del 5,1% a 53,7 euro al megawattora, un movimento che ha offerto un temporaneo sollievo sul fronte delle bollette ma che non ha scalfito la tensione generale.
La doppia anima di piazza Affari tra le spa del rimbalzo e i giganti della difesa
Se il quadro macroeconomico imponeva prudenza, il vero spettacolo – se così si può chiamare – è accaduto a livello dei singoli titoli, dove le dinamiche speculative e quelle geopolitiche hanno prodotto spaccature nette. A Milano, la giornata da incorniciare è stata senza dubbio quella di Inwit, la società che gestisce le infrastrutture per le telecomunicazioni, il cui Titolo ha sfiorato un balzo del 10%. Il motivo va cercato in quelle stanze del potere finanziario dove circolavano rumor insistenti, poi ripresi dal Sole 24 Ore, su una possibile Opa (offerta pubblica di acquisto) da parte dei colossi del settore infrastrutturale Brookfield e Ardian. Una notizia, questa, che ha letteralmente cortocircuitato le logiche di mercato, portando gli investitori a scommettere su un’operazione che, se confermata, ridisegnerebbe gli equilibri del settore.
All’opposto, e a testimonianza di come il sentimento di pace possa essere nemico giurato di alcuni comparti, si sono mossi i titoli della difesa. La tregua ipotizzata (e poi smentita) tra Stati Uniti e Iran ha avuto l’effetto di una doccia fredda su Leonardo, Fincantieri e Avio, che hanno chiuso nelle retrovie del Ftse Mib con perdite rispettivamente del 2%, del 3,6% e del 4,9%. Si tratta di una reazione quasi meccanica: ogni volta che si apre uno spiraglio – per quanto flebile – verso la de-escalation, il comparto bellico subisce una correzione, quasi a scontare l’idea che gli arsenali possano restare chiusi. In mezzo, a tentare un recupero, c’è stato Diasorin, che ha rimbalzato del 4,8% dopo il tonfo della vigilia, dimostrando come in un mercato nervoso anche le semplici prese di beneficio possano trasformarsi in opportunità.
Il dollaro in trincea e l’attesa per i dati americani
Sul fronte valutario, intanto, la tensione si leggeva anche nel rafforzamento del dollaro, che ha guadagnato terreno sulle principali divise spinto dalla sua vocazione di bene rifugio e dalla prospettiva di tassi d’interesse ancora sostenuti. Il cambio euro-dollaro è sceso fino a quota 1,1589, un livello che rende più cara l’importazione di materie prime denominate in valuta americana per i paesi dell’Eurozona, aggiungendo così un ulteriore tassello all’incertezza. Nel corso del pomeriggio, l’attenzione degli operatori si è spostata oltreoceano, in attesa dei dati Pmi (Purchasing Managers’ Index) statunitensi, indicatori fondamentali per tastare il polso della salute dell’economia americana. Quelli diffusi in mattinata per l’Eurozona avevano già acceso una spia gialla, segnalando un rallentamento della produzione privata che gli analisti hanno letto come un campanello d’allarme sul fronte della crescita, complici proprio i rincari energetici. In questo contesto, l’oro – l’ultimo baluardo della sicurezza – ha continuato a salire, toccando i 4.417 dollari l’oncia, mentre il bitcoin ha arretrato leggermente a 69.900 dollari, segno che la voglia di rischio, per ora, resta confinata a pochi, isolati episodi speculativi.




