Romania, finisce la crisi di governo: Niculescu è premier
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Redazione Esteri
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La Romania ha un nuovo governo guidato dall’indipendente Luca Niculescu, dopo mesi di paralisi politica e tre tentativi falliti di formare un esecutivo. Il Parlamento di Bucarest ha approvato la squadra del diplomatico con 280 voti favorevoli e 58 contrari, superando ampiamente la soglia richiesta per la fiducia. La soluzione è arrivata al quarto tentativo del presidente Nicușor Dan, che aveva affidato al nuovo premier l’incarico di ricomporre una maggioranza filoeuropea. La fine dello stallo restituisce al Paese un governo con pieni poteri, ma apre una fase delicata sul fronte dei conti pubblici e della tenuta politica.
Perché è caduto il precedente esecutivo
La crisi era cominciata il 5 maggio, quando il governo guidato da Ilie Bolojan era stato sfiduciato dopo la rottura con i socialdemocratici del PSD. Il partito contestava le misure di austerità proposte dall’esecutivo per contenere il disavanzo pubblico, tra cui tagli alla spesa, aumenti di imposte e accise e interventi che avevano alimentato il conflitto tra gli alleati. La caduta della coalizione aveva lasciato il Paese affidato a un governo ad interim, con poteri limitati, mentre i tentativi di individuare un successore non riuscivano a raccogliere il sostegno parlamentare necessario. Il blocco istituzionale si è protratto per 169 giorni, aggravando le difficoltà di un’economia già sotto pressione.
Il nuovo presidente del Consiglio è un diplomatico ed ex giornalista, con esperienza anche da viceministro degli Esteri. La sua candidatura ha consentito di riunire forze politiche che non hanno scelto tutte di entrare direttamente nell’esecutivo. I socialdemocratici partecipano al governo, mentre altri partiti filoeuropei hanno garantito un sostegno parlamentare dall’esterno. La maggioranza che ha permesso l’investitura non coincide quindi con una coalizione compatta composta esclusivamente da forze presenti nel gabinetto: l’esecutivo dovrà confrontarsi con un Parlamento frammentato e con interessi politici differenti. Questo assetto rende determinante la capacità del premier di ottenere consensi sulle singole misure economiche e di mantenere gli accordi che hanno reso possibile la fiducia.
Il deficit pubblico e la pressione dei mercati
La questione economica è il principale banco di prova per il nuovo governo. La Romania deve correggere uno dei disavanzi di bilancio più elevati dell’Unione europea, in una fase in cui la crescita è debole e gli interventi per ridurre la spesa si scontrano con le richieste di sostegno a famiglie e pensionati. Tra le questioni aperte figurano anche il congelamento degli aumenti pensionistici, le imposte sulle imprese e la necessità di definire una strategia credibile per risanare i conti. Le decisioni fiscali dovranno conciliare il rispetto degli impegni europei con le difficoltà di un’economia in contrazione, evitando che il consolidamento del bilancio produca ulteriori tensioni sociali e politiche.
Un passaggio decisivo sarà l’approvazione della legge di bilancio per il 2027 entro dicembre. Il mancato via libera a un piano credibile di riduzione del deficit potrebbe esporre il Paese a un declassamento del merito di credito, un rischio già segnalato dalle principali agenzie di rating. Gli impegni assunti con Bruxelles prevedono di riportare il disavanzo sotto il 3% del prodotto interno lordo entro il 2030, partendo da livelli nettamente superiori. La difficoltà consiste nel raggiungere l’obiettivo senza aggravare la contrazione economica e senza perdere il sostegno delle forze politiche chiamate a votare le misure necessarie.
L’avanzata della destra radicale e gli accordi parlamentari
La crisi ha avuto anche una dimensione elettorale. Il rischio di elezioni anticipate e l’avanzata dell’Alleanza per l’Unione dei Romeni, formazione nazionalista e contraria a diverse politiche europee, hanno aumentato la pressione sui partiti tradizionali affinché trovassero un’intesa. Il PSD ha indicato che rivaluterà il proprio appoggio dopo sei mesi, mentre gli accordi con due partiti di centrodestra prevedono l’impegno a non presentare mozioni di sfiducia prima di marzo 2027. Il prossimo appuntamento elettorale parlamentare ordinario è previsto entro la fine del 2028.
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