Bugonia di Lanthimos, un film che graffia i barbari tempi moderni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Yorgos Lanthimos, dopo quattro anni di assenza, fa il suo ritorno alla Mostra del Cinema di Venezia con un’opera che non si limita a intrattenere, ma scava nelle piaghe della società contemporanea. "Bugonia", presentato in concorso alla 82esima edizione del festival, è un remake del cult sudcoreano "Save the Green Planet!" di Jang Joon-hwan, sebbene il regista greco ne abbia fatto una pellicola profondamente autonoma e personale. Lanthimos, la cui cifra stilistica è ormai inconfondibile, utilizza la struttura narrativa originale come un trampolino di lancio per costruire un ragionamento tutt’altro che superficiale sull’epoca attuale, sui suoi eccessi e sulle sue paranoie, che noi stessi, giorno dopo giorno, continuiamo ad alimentare.

La trama ruota attorno alle figure di Teddy e di suo cugino Don, interpretati rispettivamente da Jesse Plemons e Aidan Delbis, le cui esistenze sono dominate da due ossessioni complementari: l’apicoltura e la ferma, incrollabile convinzione che un complotto alieno sia all’opera per sottomettere il genere umano. Attraverso i loro occhi, distorti da una realtà che percepiscono come minacciosa e inautentica, Lanthimos dipinge un affresco grottesco e spietato, nel quale le teorie del complotto diventano la lente per mettere a fuoco un malessere più profondo e diffuso.

Emma Stone, ormai musa indiscussa del regista dopo collaborazioni di successo come "La favorita", "Povere Creature!" e il recente "Kinds of Kindness", ritorna a lavorare con Lanthimos vestendo i panni di Michelle. L’attrice, in una delle sue apparizioni veneziane, ha ironizzato sul proprio personaggio e sulle tematiche del film affermando che "pensare che siamo soli nell’universo è qualcosa di molto narcisistico". Una battuta che coglie appieno lo spirito di una pellicola che esplora, con il tipico humour nero del suo autore, il confine labile tra convinzione e follia, tra il bisogno di credere in qualcosa e la solitudine amplificata da un mondo iperconnesso.

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