Malpensa resta (ancora) di Berlusconi, il Tar liquida i ricorsi dei comuni
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Redazione Interno
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Basta attendismi, per lo meno sul piano squisitamente formale: l’aeroporto di Malpensa si chiamerà ufficialmente “Silvio Berlusconi”, e non c’è stata azione da parte delle amministrazioni locali – né quella di Milano, né quelle dei piccoli centri del Varesotto – che sia riuscita a scalfire l’impianto giuridico voluto dal governo. A sancire la definitiva archiviazione della querelle ci ha pensato il Tar della Lombardia, il quale, con una sentenza depositata ieri, ha sostanzialmente chiuso i giochi respingendo sul nascere tutte le eccezioni sollevate contro la delibera dell’Enac, quell’Ente nazionale per l’aviazione civile che già nel luglio del 2024 aveva dato il via libera alla nuova denominazione dello scalo. I giudici amministrativi hanno dichiarato inammissibili – o comunque infondati – i ricorsi presentati da Palazzo Marino e dai municipi di Cardano al Campo, Somma Lombardo e Samarate, i quali avevano tentato di opporsi a quella che, a conti fatti, si configura come un’intitolazione voluta dal centrodestra per onorare la memoria del quattro volte presidente del Consiglio, scomparso ormai tre anni fa.
L’iter amministrativo e la “correttezza” della procedura
Chi ha seguito la vicenda dalla sua genesi, ricorderà come l’accelerata decisiva fosse arrivata subito dopo la scomparsa dell’imprenditore e leader di Forza Italia, avvenuta nel 2023. Già nel giugno di quell’anno, il consiglio regionale della Lombardia – l’ente presieduto da Attilio Fontana – aveva approvato un ordine del giorno con cui si impegnavano le istituzioni competenti a dedicargli il principale hub della nostra regione. Un percorso, quello burocratico, che ha visto coinvolti in successione il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (all’epoca guidato da Matteo Salvini) e l’Enac, fino all’ordinanza dell’11 luglio 2024 che ha reso effettiva l’intitolazione. Ed è proprio su questo punto, sulla bontà formale della procedura, che il Tribunale ha basato la sua pronuncia, rigettando – come ha sottolineato con soddisfazione il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Marco Bestetti – ogni dubbio di legittimità. Bestetti, che non ha mai nascosto il suo orgoglio per aver ottenuto la costituzione in giudizio della Regione, ha parlato di “ricorsi ridicoli” e di “odio” da parte dei firmatari delle opposizioni, salendo persino sul palco della polemica politica per lanciare una stoccata finale: “Agli odiatori in servizio permanente, visto il probabile imbarazzo a prendere l’aereo, non resta altro da fare che attaccarsi al tram”. Parole, queste, che restituiscono plasticamente il clima di scontro ideologico che ha avvolto la semplice (se così si può chiamare) operazione di toponomastica.
Le motivazioni dei giudici: statualità e demanio
Ma al di là delle esternazioni trionfali del centrodestra, la sentenza del Tar poggia su capisaldi tecnici piuttosto solidi, i quali hanno di fatto disinnescato le argomentazioni dei Comuni ricorrenti. Secondo la ricostruzione dei magistrati amministrativi, infatti, un aeroporto – come del resto una qualsiasi infrastruttura di rilievo nazionale – non è equiparabile a una piazza o a una semplice via cittadina; esso appartiene al demanio statale e soddisfa interessi che travalicano i confini del singolo territorio comunale o regionale. Di conseguenza, i Comuni non possiedono, in questa specifica materia, quella posizione giuridica “qualificata” necessaria per impugnare la decisione. Senza contare, poi, un ulteriore dettaglio geografico che ha giocato a sfavore del Comune di Milano: Malpensa sorge fisicamente nel territorio di competenza di un altro ente, vale a dire il Comune di Varese. Palazzo Marino, insomma, è stato ritenuto carente del requisito della “vicinitas”, ovvero della prossimità territoriale diretta, necessaria per sentirsi legittimati a intervenire su una scelta che, per quanto simbolica, riguarda un’area su cui non ha alcuna giurisdizione diretta.
Un atto simbolico (e divisivo) diventato definitivo
A questo punto, con questa pronuncia che ha dichiarato una parte delle richieste inammissibili e il resto infondato, l’intitolazione diventa definitiva e non potrà più essere messa in discussione davanti al tribunale amministrativo. I giudici hanno voluto sottolineare, nelle carte depositate, la natura essenzialmente onorifica del gesto: si tratta di un tributo a una figura di rilievo nazionale, che non produce “effetti lesivi immediati” per le popolazioni locali. Una definizione, questa, che se da un lato chiude la partita sul piano giuridico, dall’altro non fa che cristallizzare una frattura destinata a restare aperta sul piano del sentimento collettivo. Nessuna delle parti in causa – né la compagine di governo che aveva caldeggiato la decisione, né gli amministratori che invece l’avevano osteggiata – è riuscita a smuovere gli equilibri della contesa; e mentre il Carroccio e gli alleati di Forza Italia possono legittimamente rivendicare una vittoria politica piena, i “no” di Milano e del Varesotto si trovano ora a fare i conti con una realtà di fatto. Lo scalo continuerà a chiamarsi come l’ex Cavaliere, con buona pace di chi auspicava un ripensamento o almeno un rinvio.




