Sandokan, il miracolo per la Calabria finisce dopo la messa in onda: la tigre è diventata un gattino di peluche
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’attesa, che per mesi aveva alimentato un fermento senza precedenti in tutta la regione, si è dissolta in una serata di fronte allo schermo, lasciando spazio a un disappunto tanto palpabile quanto inatteso. La promessa di un rilancio epico del territorio, costruita attorno alla monumentale produzione della nuova serie su Sandokan, ha infatti scontato il confronto diretto con il prodotto finito, il quale, stando alle prime reazioni, non avrebbe mantenuto le aspettative di chi, in Calabria, ne aveva seguito con passione le fasi di realizzazione. Se le riprese a Tropea e a Lamezia Terme, per citare alcuni dei luoghi coinvolti, avevano generato un indotto significativo e un’ondata di orgoglio collettivo, l’esito trasmesso in prima serata sembra aver deluso molti di coloro che si erano identificati in quell’operazione di marketing territoriale.
Il primato degli ascolti e la distanza dalla percezione locale
A contrastare nettamente questa percezione diffusa, giungono però i dati ufficiali di share, che parlano di un successo di pubblico incontrovertibile. Come sottolineato in una nota dal coordinatore di Forza Italia a Lamezia Terme, Salvatore De Biase, la fiction ha registrato quasi sei milioni di spettatori, raggiungendo una quota del 34%, numeri che vengono interpretati, in ambito politico-istituzionale, come una “nuova importante conferma di successo per la Calabria”. Questo risultato, paragonato al recente dato Istat sull’occupazione record al Sud, viene celebrato come un ulteriore primato, frutto – si legge nella nota – del lavoro della Fondazione “Calabria Film Commission” guidata dallo stilista lametino Anton Giulio. Tuttavia, il divario tra l’entusiasmo delle istituzioni e la freddezza di una parte del pubblico calabrese appare significativo, quasi a delineare due narrative parallele e difficilmente conciliabili.
Lo splendore dei luoghi e la macchina produttiva
Indiscutibile, al di là di ogni giudizio sulla resa narrativa, è stato lo sforzo produttivo e la valorizzazione di location di grande impatto, alcune delle quali hanno offerto al pubblico italiano scenari insoliti e di rara bellezza. Il castello di Sammezzano, autentico gioiello eclettico e esempio unico di orientalismo in Italia, è tornato alla ribalta proprio grazie alla serie, fungendo da cornice visiva di forte suggestione per le avventure della Tigre della Malesia interpretata da Can Yaman. Il dietro le quinte, d’altronde, ha mostrato una macchina organizzativa di notevole portata, capace di trasformare set italiani in lussureggianti giungle del Borneo, con scenografie monumentali e un attento lavoro di preparazione iconografica, elementi che, da soli, raccontano di un investimento ambizioso e di ampio respiro.
Tra eredità culturale e moderne aspettative
Il confronto con il mito televisivo degli anni Settanta, incarnato dall’indimenticabile Kabir Bedi, era inevitabile e forse improbo, caricando l’operazione di un bagaglio di attese emotive che vanno ben oltre la semplice fiction d’avventura. Quel che emerge, a conti fatti, è uno scollamento tra la narrazione promozionale, incentrata sul beneficio per l’immagine e l’economia del territorio, e la ricezione critica da parte di chi quel territorio lo vive e, in un certo senso, se ne sente rappresentato. La delusione espressa da molti spettatori calabresi, dopo l’entusiasmo iniziale per l’indotto creato dalle riprese, delinea un fenomeno complesso, dove il successo negli indici d’ascolto non basta a colmare una distanza percepita nello spirito e nell’aderenza a un’opera che si voleva, forse troppo semplicisticamente, “miracolosa” per le sorti della regione.




