Guerra in Medio Oriente, l’allarme di Cna e Confindustria: “Rischiamo effetti come con il covid, bollette più care per 10 miliardi”
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Redazione Economia
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Lo spettro di una crisi sistemica, capace di minare le fondamenta del tessuto produttivo italiano con un’intensità paragonabile a quella vissuta durante la pandemia da Covid-19, torna ad agitare i sonni degli imprenditori. Il presidente di Cna Umbria, Michele Carloni, ha lanciato un monito chiaro e preoccupante: il nuovo conflitto scoppiato nel Golfo Persico, che vede coinvolti Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra, e che si è rapidamente esteso a macchia d’olio in tutto il Medio Oriente, sta già generando conseguenze economiche di portata tale da poter essere accostate a quelle del 2020. Non si tratta, nelle sue parole, di una semplice flessione ciclica, ma di uno shock potenzialmente devastante per le imprese e per l’intero sistema-Paese, un rischio campale che richiederebbe interventi immediati qualora la situazione bellica dovesse protrarsi. L’escalation, infatti, arriva in un momento in cui l’economia globale non aveva ancora del tutto smaltito le turbolenze degli ultimi anni, e le prime avvisaglie di questa ennesima crisi si traducono in numeri che fanno tremare i polsi.
Il caro-bollette e l’aiuto della Cgia: stime da capogiro per le imprese
Le ripercussioni più immediate e tangibili, per le aziende, si misurano in bolletta. L’Ufficio studi della Cgia di Mestre ha elaborato una stima impietosa di quello che potrebbe essere il conto salato per il sistema produttivo nazionale. Se le tensioni in corso dovessero tradursi in rincari strutturali delle materie prime energetiche, le imprese italiane potrebbero trovarsi a dover pagare quasi 10 miliardi di euro in più nel corso del 2026; nel dettaglio, parliamo di 7,2 miliardi aggiuntivi per l’energia elettrica e di altri 2,6 miliardi per il gas, con un incremento percentuale stimato attorno al +13,5% rispetto allo scorso anno. Un’impennata che, come spiegano gli artigiani mestrini, è già stata registrata sui mercati nelle ore immediatamente successive all’attacco: il gas, che scambiava a 32 euro al megawattora alla vigilia delle ostilità, è balzato a 55 euro, mentre l’elettricità è passata da 107 a 165 euro. A livello regionale, a sopportare il peso maggiore di questi rincari sarebbe la Lombardia, con un aggravio potenziale di 2,3 miliardi, seguita dall’Emilia Romagna e dal Veneto, a testimoniare come la guerra colpisca duro proprio nei distretti dove la presenza di attività commerciali e produttive è più capillare.
Logistica in tilt e export a rischio: la task force di Confindustria
Di fronte a questo scenario di forte incertezza e alle criticità operative che si stanno manifestando, il sistema confindustriale si è mosso in ordine sparso ma con una strategia comune, attivando presidi dedicati per fornire assistenza concreta alle aziende. Da Trento a Bergamo, passando per Reggio Emilia e la Toscana, sono decine le sedi territoriali che hanno istituito veri e propri Help Desk o task force per supportare gli imprenditori nella gestione delle emergenze quotidiane. Lorenzo Delladio, presidente di Confindustria Trento, ha descritto un clima di “fatica preoccupante”, in cui la logistica è letteralmente saltata a causa della chiusura di snodi vitali come lo stretto di Hormuz; le navi ferme e i tempi di percorrenza dilatati rendono il commercio internazionale un’impresa costosissima, con ricadute pesanti su quei settori, come l’arredo e il contract, che avevano intessuto rapporti commerciali significativi con l’area. La situazione è tale che Confindustria Bergamo, per far fronte alla complessità, ha messo in piedi una task force multidisciplinare con referenti dedicati non solo a dogane e trasporti, ma anche alla gestione dei contratti internazionali bloccati e, evenienza tutt’altro che secondaria in una zona di guerra, alla sicurezza e al rientro dei dipendenti che si trovavano in trasferta nei Paesi coinvolti.
I settori sul filo del rasoio e il peso sulle economie locali
L’impatto del conflitto, però, non è omogeneo e rischia di mettere in ginocchio interi distretti industriali, quelli che la Cgia ha puntualmente censito come i più esposti a causa della loro natura energivora o della dipendenza da esportazioni verso quei mercati. Il pensiero corre subito alle piastrelle di Sassuolo, al vetro di Murano, alla siderurgia di Taranto e ai metalli di Brescia e Lumezzane, comparti dove il costo dell’energia incide in maniera preponderante sul bilancio. Ma la lista è lunga e comprende l’alimentare, con i prosciutti di San Daniele e i salumi di Parma, il tessile di Biella e il cartario di Lucca, a dimostrare che la tenaglia dei rincari stringe un po’ tutti. Come ha sottolineato il presidente di Confindustria Reggio Emilia nel commentare il bisogno di una politica energetica stabile, il problema non è più solo l’emergenza del momento, ma la competitività stessa del sistema manifatturiero: pagare l’energia molto più dei concorrenti francesi o tedeschi, infatti, non è un dettaglio tecnico, ma una vera e propria condanna per le imprese, che si trovano di fatto fuori mercato non per demeriti propri, ma per un differenziale strutturale dei costi di produzione che la guerra in Medio Oriente non fa che aggravare ulteriormente.




