L’ex capo dell’Fbi Comey si consegna in Virginia per un post-minaccia su Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La lunga scia di conflitti – mai sopita – tra il 47esimo presidente degli Stati Uniti e l’ex vertice del Federal Bureau of Investigation ha aggiunto un capitolo inedito nella cronaca giudiziaria americana. James Comey, che per primo indagò sulle interferenze russe nella campagna elettorale del 2016, si è costituito alle autorità federali in Virginia; l’arresto faceva seguito a un mandato emesso in North Carolina, scaturito – a distanza di quasi un anno – dalla pubblicazione di un contenuto social interpretato dall’amministrazione come una chiara minaccia alla vita del presidente. Indossando un abito scuro e presentandosi spontaneamente in tribunale, Comey ha innescato un procedimento che riaccende i riflettori su quello che molti osservatori definiscono un atteggiamento vendicativo da parte della Casa Bianca, sebbene il Dipartimento di Giustizia neghi qualsiasi intento punitivo esterno alle valutazioni strettamente legali. La vicenda, complessa e stratificata, affonda le radici in un piccolo dettaglio semantico legato al gergo della ristorazione, trasformato però in un potenziale capo d’imputazione penale.

Dalle conchiglie alla cella: l’enigma dei numeri “86 47”

Tutto ruota attorno a uno scatto pubblicato su Instagram circa un anno fa, durante una vacanza di Comey sulla costa della Carolina del Nord: l’immagine ritraeva una serie di conchiglie disposte a formare i numeri “86” e “47”, accompagnata dalla didascalia “una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia”. Secondo l’accusa formalizzata dal procuratore generale Todd Blanche, il numero 86 rappresenta – nel lessico informale della ristorazione – l’azione di eliminare o rimuovere definitivamente una voce dal menu; estrapolato dal contesto culinario, il termine assume una valenza più sinistra, equiparabile a “sbarazzarsi di qualcuno”. Il 47, d’altro canto, è un evidente riferimento a Donald Trump in quanto 47esimo presidente degli Stati Uniti, un codice che la procura ha letto come un inveloato incitamento alla violenza. L’ex direttore dell’Fbi, che aveva rimosso il post poche ore dopo la pubblicazione, ha più volte ribadito la propria estraneità a tale interpretazione, dichiarando di non aver mai associato quei numeri a connotazioni violente e precisando di opporsi a qualsiasi forma di aggressione. Nonostante le scuse, per l’allora segretario alla Sicurezza Interna Kristi Noem si trattava di un vero e proprio “incitamento all’assassinio”, una valutazione che ha aperto le porte a un’indagine approfondita culminata con l’incriminazione odierna.

Un secondo atto giudiziario tra accuse di selettività e precedenti archiviazione

Questa non è, va ricordato, la prima volta che Comey si trova a dover rispondere di fronte a un tribunale federale durante la seconda amministrazione Trump. Solo pochi mesi fa, l’ex capo del Bureau era stato accusato di false dichiarazioni al Congresso in relazione alle indagini sul Russiagate, un procedimento che si era però concluso con un nulla di fatto: un giudice federale aveva infatti archiviato il caso, dichiarando invalida la nomina del procuratore scelto dall’amministrazione per portare avanti l’accusa. In quella circostanza, Comey era stato scagionato, ma il fiato sospeso gli è durato poco. Già pochi giorni fa, un gran giurì della North Carolina ha emesso un nuovo atto d’accusa per due distinti capi di imputazione: il primo contesta a Comey di aver “volontariamente minacciato di uccidere e infliggere lesioni fisiche” al presidente; il secondo riguarda la trasmissione interstatale di una comunicazione contenente una minaccia di morte, un reato che – al pari del primo – prevede una pena massima di dieci anni di reclusione. Difeso dall’avvocato Patrick Fitzgerald, l’imputato non ha ancora formalizzato la sua dichiarazione di colpevolezza o innocenza; il legale ha però anticipato l’intenzione di chiedere l’archiviazione del caso, sostenendo che si tratti di una “accusa selettiva e vendicativa” orchestrata per punire un critico scomodo del presidente.

La strategia della difesa e la posizione del Dipartimento di Giustizia

Durante la breve udienza tenutasi ad Alexandria, in Virginia, il giudice William Fitzpatrick ha respinto la richiesta del governo di imporre condizioni restrittive al rilascio di Comey, ritenendole superflue vista la collaborazione dell’imputato che si è consegnato senza opporre resistenza. Al termine della comparizione, l’ex direttore del Bureau è stato lasciato libero di allontanarsi, sebbene formalmente in stato di arresto in attesa degli sviluppi processuali. Dal canto suo, l’agente del Dipartimento di Giustizia Todd Blanche ha difeso pubblicamente l’operato dei pubblici ministeri, sottolineando che “non si può minacciare il presidente degli Stati Uniti” e che ogni caso di minaccia, per quanto peculiare, merita di essere investigato e perseguito secondo la legge. Blanche, ex avvocato dello stesso Trump, ha respinto le accuse di parzialità osservando che, sebbene “il caso sia unico per il nome dell’imputato”, la condotta contestata rimane inaccettabile. Tuttavia, diversi esperti legali – come il ricercatore di Stanford Eugene Volokh – hanno sollevato dubbi sulla fondatezza della tesi accusatoria: “Questa storia non andrà da nessuna parte – ha dichiarato – chiaramente non si tratta di una minaccia punibile”. Il senatore Dick Durbin si è spinto oltre, etichettando l’incriminazione come “una ritorsione meschina e infondata” da parte di un Dipartimento della Giustizia “armatizzato”.

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