Il farmaco contro il diabete che apre una strada per il glioblastoma: tra i ricercatori una foggiana
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Redazione Salute
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Non è la prima volta che si osserva un potenziale effetto antitumorale della metformina, farmaco di riferimento per il diabete di tipo 2 da decenni in commercio, ma capire esattamente come agisca contro il glioblastoma, il tumore cerebrale più aggressivo e con la prognosi peggiore, è il vero passo avanti compiuto da un gruppo di ricerca italiano. Il lavoro, pubblicato sulla rivista Journal of Experimental & Clinical Cancer Research, porta la firma dell’Università Statale di Milano in stretta collaborazione con l’Istituto Europeo di Oncologia e l’Università di Genova. Tra i protagonisti dello studio c’è una ricercatrice foggiana, Francesca Cianci, che figura come co-prima autrice dell’articolo insieme a Ivan Verduci e Riccardo Cazzoli. È lei uno dei volti di una scoperta che chiarisce il meccanismo molecolare con cui questo comune antidiabetico può diventare un’arma contro una neoplasia particolarmente resistente alle terapie -1-5.
Il bersaglio è una proteina “spia” della malignità
Il punto di svolta della ricerca, coordinata da Michele Mazzanti con la collaborazione di Saverio Minucci e Tullio Florio, risiede nell’identificazione del bersaglio preciso della metformina all’interno delle cellule tumorali. Gli scienziati hanno dimostrato che il farmaco si lega direttamente a una forma specifica di una proteina, chiamata tmCLIC1, che si trova sulla membrana delle cellule staminali del glioblastoma. Queste cellule, come spiegano gli autori dello studio, sono le principali responsabili della crescita incontrollata del tumore, della sua capacità di infiltrare i tessuti sani circostanti e, cosa fondamentale, dell’elevatissimo tasso di recidive, dato che sopravvivono alle terapie convenzionali ripopolando poi la massa tumorale. La tmCLIC1, invece, è quasi assente nelle cellule sane del cervello, il che la rende un bersaglio terapeutico ideale perché selettivo -1-2.
Il meccanismo d’azione e l’importanza della somministrazione
Una volta che la metformina si lega a tmCLIC1, innesca una reazione a catena all’interno delle cellule maligne. I ricercatori hanno osservato che questo legame interferisce con il metabolismo energetico del tumore, inibendo un processo chiamato fosforilazione ossidativa e portando alla degradazione di un’altra proteina, la MCL-1, che di norma protegge le cellule tumorali dalla morte programmata, o apoptosi. In pratica, la metformina “affama” e al contempo “uccide” le cellule staminali del glioblastoma. Un dato emerso con forza dallo studio, condotto anche su modelli animali come zebrafish e topi, è che l’efficacia del farmaco non dipende solo dalla dose, ma in maniera cruciale dalla sua presenza costante e prolungata nel tempo: la somministrazione cronica di metformina, anche a concentrazioni molto basse, ha determinato una significativa riduzione della crescita tumorale -1-2. Questo spiegherebbe perché i risultati di studi clinici precedenti, che non tenevano conto di questa specifica modalità di somministrazione, fossero contrastanti.
Prospettive terapeutiche e il riposizionamento del farmaco
La ricerca apre quindi la strada a quello che in campo medico viene definito “riposizionamento” di un farmaco già noto e approvato, con i vantaggi che ne conseguono in termini di costi e tempi di sperimentazione ridotti rispetto a una molecola completamente nuova. Non si tratta di un utilizzo immediato nella pratica clinica, ma la comprensione del meccanismo d’azione fornisce le basi per ottimizzare l’uso della metformina contro il glioblastoma, magari sviluppando formulazioni in grado di mantenere una concentrazione efficace e costante nel cervello, superando l’ostacolo della barriera emato-encefalica. La comunità scientifica, come si legge sulla rivista che ha pubblicato lo studio, guarda con interesse a questi risultati, che potrebbero portare in futuro allo sviluppo di nuovi farmaci ancora più mirati contro la proteina tmCLIC1 -1-5.




