Il Monaldi e quel ghiaccio secco mai visto: si indaga sulla fornitura dell'ospedale di Bolzano
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
Il racconto del professor Antonio Corcione, anestesista e capo del dipartimento dell'Area critica non pediatrica del Monaldi, nonché ex responsabile della rete regionale dei trapianti fino a un anno fa, introduce un elemento di novità nella ricostruzione della morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni e mezzo deceduto dopo aver ricevuto un cuore danneggiato. “Il problema vero per me è stato il ghiaccio secco”, ha dichiarato il medico ai cronisti, forte di un’esperienza trentennale che non gli aveva mai presentato un caso del genere. In tanti anni di carriera, ha sottolineato Corcione, non aveva mai visto utilizzare quel materiale in un contesto ospedaliero, e mai, nella storia dei trapianti del Monaldi, si era trovato un cuore ridotto in quello stato, una sorta di blocco congelato, una “pietrificazione” dovuta alle temperature bassissime dell’anidride carbonica solida. La sua posizione, seppur non direttamente coinvolta nella gestione del caso, aggiunge peso agli interrogativi che la Procura di Napoli sta cercando di sciogliere: chi ha fornito quel ghiaccio e, soprattutto, chi lo ha inserito nella borsa termica durante le operazioni a Bolzano -1 -2?
L’errore fatale nel trasporto e l’assenza di protocolli unici
La vicenda, che ha portato alla morte del piccolo di Nola, si concentra ora sulle crepe del sistema. Dall’audit interno avviato dal Monaldi emergono criticità che non erano mai state affrontate: nessun protocollo unico regolava le fasi di prelievo, trasporto e trapianto, e la comunicazione tra i vari passaggi in sala operatoria appariva carente, con personale non adeguatamente formato all’uso dei dispositivi più moderni. Nonostante in reparto fossero disponibili tre box di ultima generazione, dotati di sistemi di controllo e allarme della temperatura, per il trasporto da Bolzano venne scelto un contenitore isotermico privo di questi accorgimenti. La notte del 23 dicembre, durante il confezionamento dell’organo, ci si accorse che il ghiaccio a disposizione non bastava e venne richiesta un’integrazione al personale di sala operatoria dell’ospedale San Maurizio di Bolzano. Fu in quel frangente che, secondo le ricostruzioni, nel contenitore finì del ghiaccio secco, a una temperatura di circa 80 gradi sotto zero, al posto di quello tradizionale, e nessuno, al rientro a Napoli, si accorse dell’errore fino all’apertura del box -1 -5.
Le perizie in corso e il sequestro del contenitore
I carabinieri del Nas hanno sequestrato il contenitore utilizzato per il trasporto, un passaggio fondamentale su cui si concentreranno le prossime perizie dei consulenti nominati dalla magistratura. Bisognerà capire non solo come sia stato possibile utilizzare un tipo di ghiaccio che non è mai presente abitualmente in una sala operatoria – impiegato di solito per valvole e tessuti conservati in azoto liquido – ma anche verificare le dichiarazioni contrastanti che arrivano dalle due equipe coinvolte. Da una parte la relazione dell’Azienda sanitaria di Bolzano, firmata dal direttore del dipartimento della Salute Michael Mayr, tende ad attribuire tutte le criticità al team napoletano, sottolineando che la procedura di prelievo e confezionamento è di esclusiva competenza del centro trapianti ricevente. Dall’altra, le testimonianze raccolte nell’audit del Monaldi, come quella della cardiochirurga Gabriella Farina, raccontano di una richiesta di ghiaccio integrativo fatta sul posto e di personale altoatesino che lo avrebbe materialmente fornito e versato, senza che nessuno verificasse la natura del refrigerante -3 -6.
Le voci degli esperti e le indagini della Procura
Il professor Carlo Pace Napoleone, direttore della Cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Regina Margherita di Torino, intervenuto nella task force per valutare le condizioni del bambino, non ha esitato a definire l’uso del ghiaccio secco come un “errore fatale”. In un’intervista ha difeso l’operato dei colleghi partenopei, ricordando che in trent’anni di trapianti si è sempre usato il comune frigorifero da campeggio senza particolari problemi, ma che il cuore, per essere vitale, deve essere trasportato a circa quattro gradi, non certo a temperature criogeniche. Sulla stessa linea l’infettivologo Matteo Bassetti, secondo il quale il ghiaccio secco non dovrebbe essere impiegato per il trasporto di un organo destinato a un trapianto. La Procura, che ha aggiornato l’ipotesi di reato da lesioni colpose a omicidio colposo dopo la morte del piccolo, dovrà ora accertare le singole responsabilità: dalla scelta del contenitore, alla decisione di procedere comunque con l’impianto di un organo che all’apertura si presentava come un “blocco congelato”, fino alla catena di comando che ha permesso l’utilizzo di un materiale così improprio -3 -10.




