Il primario del Monaldi: “Mai visto usare il ghiaccio secco per un organo”
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Redazione Salute
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C’è una domanda, secca e terribile, che risuona nei corridoi dell’ospedale Monaldi di Napoli e che riassume, forse, l’intera tragedia del piccolo Domenico: chi ha messo quel ghiaccio secco nella borsa termica? A formularla, forte di una carriera trascorsa nelle sale operatorie, è il professor Antonio Corcione, anestesista e capo del dipartimento dell’Area critica non pediatrica dello stesso ospedale. Fino a un anno fa, Corcione guidava la rete regionale dei trapianti e, pur non essendosi occupato direttamente del caso, ha rotto il silenzio per raccontare ai cronisti ciò che la sua esperienza gli suggerisce. “Il problema vero per me è stato il ghiaccio secco”, ha dichiarato, sottolineando con forza un concetto lapalissiano per chi lavora in ambito sanitario: in tanti anni di professione non gli era mai capitato di vedere utilizzare quel tipo di sostanza per conservare un organo, e nello specifico non si era mai verificato, nella storia dei trapianti del Monaldi, di dover constatare un danno simile, un cuore letteralmente pietrificato da quelle temperature polari -1. Resta ora da capire, e spetterà agli inquirenti farlo, chi abbia fornito quel materiale e chi lo abbia inserito nel contenitore durante le fasi concitate del prelievo a Bolzano.
La dinamica di quanto accaduto il 23 dicembre scorso, per quanto complessa, inizia a delinearsi con maggiore chiarezza grazie alle voci di chi, pur non essendo direttamente indagato, conosce le procedure. Il cuore, prelevato da un bambino di quattro anni morto per annegamento all’ospedale San Maurizio di Bolzano, è stato trasportato verso Napoli con una modalità definita "intermodale": prima in elicottero fino a Verona e poi in aereo fino al capoluogo campano -10. Un viaggio, questo, che avrebbe dovuto svolgersi nel massimo della sicurezza e del controllo, ma che si è trasformato in una corsa contro il tempo con un organo già compromesso. Il professor Carlo Pace Napoleone, direttore della Cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Infantile Regina Margherita di Torino, che ha partecipato alla task force giunta al Monaldi per valutare le condizioni del piccolo ricevente, non ha esitazioni nel definire l’errore di fondo: “L’errore fondamentale è stato l’utilizzo del ghiaccio secco”. Il professore, ascoltato dai microfoni di RTL 10.5, ha voluto difendere l’operato dei colleghi napoletani, spiegando che in sala operatoria quel tipo di sostanza non è contemplato, non esiste, e che quindi loro si sono trovati di fronte a un danno già avvenuto, subendolo loro malgrado -1-6.
I sensori di controllo e le tecnologie disponibili per i trasporti
Proprio mentre la magistratura cerca di ricostruire le singole responsabilità, emerge con prepotenza il paradosso tecnologico che fa da sfondo a questa vicenda. Esistono, e sono operativi da tempo, dispositivi in grado di scongiurare simili evenienze. Basti pensare ai sensori di ultima generazione prodotti da aziende come il Ceam Group di Empoli, che da anni garantisce standard qualitativi altissimi nel monitoraggio della temperatura durante il trasporto di organi e sangue. Si tratta di strumenti piccoli, paragonabili per dimensioni a una moneta da due euro, ma di una potenza e affidabilità tali da permettere un controllo iper-tecnologico costante -1. Sono sistemi che, attraverso una app dedicata, consentono ai medici di seguire in tempo reale la geolocalizzazione del trasporto e di monitorare a distanza la temperatura dell'organo, assicurandosi che non scenda mai al di sotto della soglia critica -4. Già nel 2022, all'ospedale Bambino Gesù di Roma, era stato effettuato il primo trapianto pediatrico in Italia utilizzando un sistema a temperatura controllata, il cosiddetto "SherpaPak CTS", che mantiene il cuore a una temperatura costante di circa 5 gradi, immergendolo e sospendendolo in una soluzione conservativa all'interno di un guscio rigido, prevenendo così il rischio di congelamento -4.
La differenza, in termini pratici, è abissale. Con i metodi tradizionali, si utilizza ghiaccio normale e sterile per avvolgere il contenitore, ma l’obiettivo è raffreddare senza mai arrivare al congelamento. Il ghiaccio secco, composto da anidride carbonica solida, ha una temperatura di -78,5 gradi centigradi e non fonde, ma sublima, passando direttamente allo stato gassoso -7-8. Un contatto, anche indiretto e prolungato, con una fonte di freddo di questa intensità provoca la formazione di cristalli di ghiaccio all'interno delle cellule: questi cristalli lacerano le membrane e distruggono la struttura cellulare, causando una necrosi che, clinicamente, si presenta proprio come una bruciatura -5-8. Non è un caso, quindi, che i medici sentiti parlino di cuore "carbonizzato" o "pietrificato", perché il danno da freddo estremo, sebbene di natura diversa, produce un effetto macroscopicamente devastante quanto quello del calore. Il professor Bruno Gridelli, già direttore dell'Istituto Mediterraneo per i Trapianti di Palermo, ha ribadito con chiarezza come il ghiaccio secco non sia mai previsto dalle procedure per la preservazione degli organi, ma al massimo venga impiegato per spedire campioni di tessuto -6.
Il contenitore inadeguato e l’espianto a cuore battente
Le indagini, coordinate dalla Procura di Napoli e delegate ai carabinieri del Nas, si stanno concentrando non solo sul tipo di ghiaccio utilizzato, ma anche sul contenitore che ha ospitato il cuore durante il viaggio. Sembra, infatti, che l’equipe partita da Napoli non avesse con sé tutta l’attrezzatura necessaria per il prelievo e che, di conseguenza, il personale dell’ospedale di Bolzano abbia dovuto fornire un box rigido per proteggere l’organo. Un box che, secondo quanto ricostruito da Il Fatto Quotidiano, sarebbe stato un comune contenitore di plastica per reperti istologici, del tutto inadeguato a garantire l'isolamento termico e la sicurezza richiesti per un organo vitale come un cuore -10. Un ulteriore elemento di criticità, questo, che si aggiunge all’ipotesi che il ghiaccio secco possa essere stato prelevato proprio da quel contesto, forse confuso con il materiale per il trasporto di campioni biologici. A Bolzano, come precisato dalle autorità locali, il San Maurizio non effettua trapianti di organi solidi, ma funge esclusivamente da centro di donazione ed espianto, motivo per cui, forse, non disponeva dei kit specifici per il trasporto cardiaco e ha dovuto sopperire in emergenza -10.
Un altro aspetto su cui i magistrati stanno facendo luce riguarda la catena di comunicazioni e decisioni che hanno portato all’intervento. Il piccolo Domenico era affetto da una cardiomiopatia dilatativa e, seppur in lista d'attesa da due anni, non era in condizioni disperate al punto da richiedere il ricovero in rianimazione: viveva a casa, conduceva una vita relativamente normale ed era in cura farmacologica -6-10. Quando è scattata la disponibilità dell'organo da Bolzano, i medici del Monaldi hanno proceduto con l'espianto del suo cuore malato, innescando quel meccanismo per cui, una volta rimosso l'organo nativo, non si può più tornare indietro. Il professor Mauro Rinaldi, direttore della Cardiochirurgia all'Università di Torino, ha spiegato che in quella fase il bambino era già in circolazione extrarea e che, se i chirurghi non avessero impiantato il nuovo cuore, seppur danneggiato, il piccolo sarebbe stato esposto a emorragie letali -6. Una scelta obbligata, dunque, quella di procedere, anche perché reimpiantare il vecchio cuore sarebbe stato tecnicamente complicato e pericoloso.




