Il ghiaccio secco, il box da pic-nic e quel cuore «duro come una pietra»: la catena di errori nel trapianto che ucciso il piccolo Domenico
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Redazione Interno
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C’è un passaggio, nei verbali dell’inchiesta, che restituisce il clima di concitazione e smarrimento vissuto in quella sala operatoria del Monaldi, il pomeriggio del 23 dicembre scorso, quando il cuore destinato al piccolo Domenico – un bimbo di due anni affetto da una grave cardiomiopatia dilatativa – si rivelò irrimediabilmente compromesso. «All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente l’organo, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio», si legge nell’audit interno redatto dall’azienda ospedaliera dei Colli, poche settimane dopo quell’intervento che avrebbe dovuto salvare una vita e che, invece, l’ha spezzata dopo sessanta giorni di agonia in terapia intensiva. Quella sostanza refrigerante, quel ghiaccio che avrebbe dovuto preservare il cuore durante il viaggio da Bolzano a Napoli, era in realtà il suo peggior nemico: non semplice ghiaccio d’acqua, ma ghiaccio secco, anidride carbonica solida capace di raggiungere i settanta gradi sotto zero, una temperatura che nessun tessuto organico può sopportare senza necrotizzarsi.
La catena di errori: dal viaggio senza attrezzatura alla richiesta fatale in sala
La sequenza degli eventi, così come emerge dalle carte giudiziarie e dalle testimonianze raccolte dai carabinieri del Nas, disegna un quadro di criticità operative che si sono sommate le une alle altre con una progressione inarrestabile. Tutto comincia nella notte tra il 22 e il 23 dicembre, quando l’équipe del Monaldi, guidata dalla cardiochirurga pediatra Gabriella Farina, parte alla volta dell’ospedale San Maurizio di Bolzano per prelevare l’organo. Con sé portano un contenitore isotermico che i colleghi, e successivamente il padre del bambino, definiranno senza troppi giri di parole «da fuori di testa» o «da pic-nic»: un box di vecchia generazione, privo di quei sistemi di monitoraggio della temperatura di cui pure l’ospedale napoletano si era dotato, avendo acquistato nel 2023 i moderni dispositivi Paragonix per un costo di quasi duecentomila euro. Quei macchinari avanzati, però, restano nell’armadio; forse, come si legge in alcune ricostruzioni, per una mancata formazione del personale sul loro utilizzo, forse per una scelta logistica che appare oggi, alla luce degli eventi, semplicemente incomprensibile.
Durante le fasi di espianto, eseguite in una sala operatoria dove operano contemporaneamente anche i chirurghi di Innsbruck – presenti per prelevare reni e fegato – ci si accorge che la scorta di refrigerante non è sufficiente. Viene chiesta un’integrazione al personale locale. A quel punto, un’operatrice altoatesina, un’operatrice sociosanitaria con una preparazione specifica sulla conservazione dei tessuti ma non necessariamente sui protocolli dei trapianti d’organo, prende dei secchi di ghiaccio secco e si appresta a versarlo nel contenitore. Lei stessa, nel corso della testimonianza resa agli inquirenti, racconterà di aver notato «un po’ di fumo freddo» esalare dal materiale, tanto da chiedere conferma ai medici napoletani presenti: «Va bene lo stesso?». La risposta, stando al suo racconto, sarebbe stata un via libera, con l’indicazione di versare il ghiaccio «sotto e di lato». In pochi minuti, l’errore è compiuto. L’équipe del Monaldi, senza ulteriori verifiche, sigilla il box e riparte alla volta di Napoli.
Il dramma in sala operatoria: «Il cuore è una pietra durissima»
Quando il contenitore arriva a destinazione, nel primo pomeriggio, la tensione in sala operatoria è già palpabile. Il primario della Cardiochirurgia pediatrica, Guido Oppido, ha appena completato la sternotomia del piccolo Domenico e, presumendo di aver ricevuto rassicurazioni sull’integrità dell’organo in arrivo, ha proceduto all’espianto del cuore malato del bambino, che giace ora sul tavolo operatorio con il torace vuoto e aperto. È a questo punto che il personale infermieristico tenta di aprire il box. Il tentativo si rivela subito problematico: il secchiello interno è saldamente incastrato in una massa di ghiaccio che ne impedisce l’estrazione. Si prova a scioglierlo con acqua fredda, poi tiepida, infine calda, in una corsa contro il tempo che dura circa venti minuti. Quando finalmente l’organo viene estratto, la scena che si presenta agli occhi dei presenti è agghiacciante. Una delle infermiere, Teresa Calascione, persona con anni di esperienza in quella frontiera della medicina, lo descriverà senza mezzi termini in una chat con una collega: «Ora se lo portano sulla coscienza», scrive, in un messaggio destinato a diventare una delle testimonianze più dolorose di quella giornata. Il cuore è «duro come una pietra», «tutto ghiacciato», e il caposala, guardando il banco accanto al lettino, vede il cuoricino di Domenico già adagiato su un telo verde: «Ma comm’è? Ha già levato ‘o core?», esclama, fotografando l’assurdità di un intervento proseguito nonostante l’organo donato fosse ormai inservibile.
Un’operazione andata avanti nonostante l’evidenza del danno
Nonostante il forte sospetto, anzi la quasi certezza, di un grave danno da congelamento, non c’è più tempo per tornare indietro. Il cuore malato del piccolo è già stato rimosso, e l’alternativa sarebbe la morte immediata del bambino in sala operatoria. Si decide, dunque, di procedere comunque con l’impianto, nella speranza che l’organo possa riprendere la sua funzione una volta irrorato dal sangue. Ma il cuore, lesionato a livello cellulare dal freddo estremo, non dà alcun segno di ripresa. Non un battito, non una contrazione utile. Dopo tre ore di tentativi, l’équipe è costretta ad attaccare Domenico a un macchinario per la circolazione extrarea (Ecmo), un sistema che avrebbe tenuto in vita il bambino per i successivi due mesi, in attesa di un nuovo, disperato traguardo: un altro cuore compatibile. La richiesta urgente viene inoltrata, ma le condizioni del piccolo peggiorano irreversibilmente. Un consulto con i massimi esperti del Bambino Gesù di Roma e di altri centri italiani esclude ogni possibilità di un secondo trapianto: i danni agli organi interni, ormai, sono troppo estesi. Domenico Caliendo si spegne all’alba del 21 febbraio, dopo aver lottato per sessanta giorni, ignaro di essere diventato il simbolo di una catena di errori umani e procedurali che la magistratura – con sette medici e sanitari ora indagati per omicidio colposo in concorso – sta cercando di ricostruire nei minimi dettagli.
Description: La ricostruzione della catena di errori che ha portato alla morte del piccolo Domenico dopo un trapianto di cuore fallito al Monaldi di Napoli: dal box da pic-nic al ghiaccio secco che ha congelato l’organo.




