Il dolore del papà di Domenico: «Quelli del cuore nel frigo da pic-nic erano fuori di testa». La corsa in sala operatoria e i tentativi di scongelare l’organo
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Redazione Interno
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Il racconto del padre del piccolo Domenico, il bimbo di due anni e tre mesi deceduto dopo un disperato ricovero di quasi due mesi all’ospedale Monaldi di Napoli, riporta con cruda immediatezza alla notte in cui la sua esistenza è sprofondata in un incubo parallelo. Quella tra il 22 e il 23 dicembre del 2025, mentre la sua famiglia era già segnata dalla scomparsa del nonno Antonio, sopraggiungeva la notizia della gravissima patologia cardiaca del figlio. Da quel momento, per l’uomo, un muratore, la vita si è fermata: non riesce più a lavorare, schiacciato da un dolore che definisce senza fine. E nel ripercorrere le tappe di quella tragedia, il suo sguardo si posa su un dettaglio diventato centrale nelle inchieste della magistratura: il contenitore termico usato per il trasporto dell’organo da Bolzano. «Erano fuori di testa quelli che andarono a prendere il cuore con quel frigo da pic-nic», ha dichiarato, sintetizzando con amarezza la rabbia per una procedura che agli atti risulta quantomeno approssimativa -2.
La disperata corsa contro il tempo e il tentativo di scongelare il cuore
Le carte depositate presso la procura di Napoli, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo in concorso, gettano luce su quei minuti frenetici vissuti all’interno della sala operatoria del Monaldi. Il piccolo Domenico era già stato sottoposto alla sternotomia, il suo cuore malato era stato espiantato e si attendeva l’arrivo del nuovo organo, prelevato da un donatore di quattro anni nell’ospedale San Maurizio di Bolzano. La tensione era alle stelle, talmente alta che due dei tre infermieri presenti in sala decisero di precipitarsi giù per le scale fino al piano terra, nel tentativo di accelerare i tempi di consegna del prezioso carico. Quando il cestello contenente il cuore venne finalmente aperto, si presentò davanti ai loro occhi una scena agghiacciante: l’organo era un unico, compatto blocco di ghiaccio. A nulla valsero i tentativi successivi, ricostruiti minuziosamente dagli inquirenti sentendo i testimoni. Gli stessi infermieri hanno riferito di aver provato a scongelare il cuore tramite immersione in acqua, variando progressivamente la temperatura: prima fredda, poi tiepida, infine calda. Un tentativo disperato, e purtroppo vano, di riportare in vita un tessuto che il freddo estremo aveva ormai reso inutilizzabile -2-4.
Le criticità in sala operatoria a Bolzano e il ghiaccio secco
Ma è sull’origine di quel danno che si stanno concentrando le attenzioni della procura di Napoli, coordinata dal sostituto Giuseppe Tittaferrante, e di quella di Bolzano, dove un fascicolo era stato aperto dopo la denuncia di Federconsumatori. Se è ormai certo che il box frigo utilizzato dall’équipe campana fosse di vecchia generazione, privo di termostato e quindi non in grado di monitorare la temperatura, un altro nodo cruciale riguarda il materiale refrigerante impiegato -9. Secondo le prime ricostruzioni, il ghiaccio tradizionale, che mantiene una temperatura di circa -4 gradi, sarebbe stato sostituito con del ghiaccio secco, la cui temperatura si stabilizza a -80 gradi. Una differenza abissale, che avrebbe letteralmente “bruciato” le fibre del muscolo cardiaco. L’ipotesi investigativa è che questo ghiaccio secco sia stato fornito direttamente dal personale dell’ospedale San Maurizio di Bolzano. A tal proposito, i carabinieri del Nas di Trento hanno inoltrato una richiesta formale alla direzione medica dell’azienda sanitaria altoatesina per identificare gli addetti che quella mattina del 23 dicembre avevano il compito di fornire il ghiaccio alla sala operatoria dove si stava svolgendo l’espianto multi organo -1-3.
Le osservazioni dell’équipe austriaca e la gestione dell’eparina
Nel frattempo, emergono ulteriori dettagli su quanto accaduto poche ore prima all’interno della sala operatoria di Bolzano. Una relazione inviata il 18 febbraio dal Dipartimento di Prevenzione Sanitaria della Provincia Autonoma di Bolzano al Ministero della Salute parla di «significative criticità operative a carico del team di prelievo di Napoli». Non si tratta solo del ghiaccio, ma della procedura chirurgica in sé. I colleghi di Innsbruck, presenti per l’espianto di fegato e reni dallo stesso donatore, avrebbero notato una «massiva congestione di fegato e cuore» durante le manovre del team campano. La relazione evidenzia una dotazione tecnica incompleta, con insufficiente materiale refrigerante portato da Napoli, e incertezze nella gestione dell’anticoagulazione tramite eparina. Un drenaggio giudicato insufficiente durante la fase di perfusione, infatti, potrebbe aver contribuito a danneggiare l’organo ancor prima del trasporto, lasciando residui ematici che ne avrebbero compromesso la successiva conservazione -6-8.




