Il cuore trasportato in un contenitore da pic-nic, il ghiaccio secco e la formazione mancata: le crepe nel sistema del trapianto al Monaldi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel delinearsi della tragedia che ha coinvolto il piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni morto dopo un trapianto di cuore fallito all’ospedale Monaldi di Napoli, emergono con sempre maggiore chiarezza i contorni di una vicenda in cui il fattore umano e quello organizzativo si sono intrecciati in una sequenza fatale di errori e lacune. Non è tanto il gesto chirurgico in sé, quello dei team impegnati prima nell’espianto a Bolzano e poi nell’impianto a Napoli, a essere finito sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti e degli ispettori del ministero della Salute, quanto piuttosto l’insieme delle procedure collaterali, quelle che avrebbero dovuto garantire che l’organo, donato da un altro sfortunato bambino altoatesino di 4 anni, arrivasse integro nella sala operatoria partenopea.

La conservazione e il trasporto del cuore sono avvenuti con un contenitore che i sanitari del reparto di cardiochirurgia pediatrica, stando a quanto si apprende da fonti investigative e da atti interni all’azienda ospedaliera, non avrebbero saputo utilizzare. Eppure, al Monaldi, dal 2023 era disponibile un dispositivo di ultima generazione, il sistema Paragonix, un box tecnologico in grado di mantenere una temperatura costante e monitorata, acquistato e regolarmente impiegato dal centro trapianti per adulti -4. La procedura, per l’attivazione del Paragonix, era chiara e il dispositivo era presente in sala operatoria: ce n’erano almeno due a disposizione e un terzo in farmacia. Ma l’équipe partita per Bolzano ha fatto una scelta diversa, utilizzando una vecchia ghiacciaia in plastica rigida, simile a quelle che si portano al mare per le bevande, con il manico arancione e il colore blu, su cui qualcuno aveva scritto a pennarello la sigla del reparto -7.

A determinare il danno irreversibile al cuore, tuttavia, non è stato tanto il contenitore in sé, quanto ciò che ci hanno messo dentro. Invece del ghiaccio tradizionale, che avrebbe mantenuto l’organo in uno stato di ipotermia controllata tra 0 e 4 gradi, è stato utilizzato del ghiaccio secco, la cui temperatura può scendere fino a 80 gradi sotto zero -3-7. Una scelta, questa, che ha di fatto congelato il tessuto cardiaco, rendendolo inservibile ancor prima che iniziasse l’intervento a Napoli. La dinamica esatta di come si sia arrivati a questa decisione è ora al centro degli accertamenti dei Carabinieri del Nas di Trento, che hanno acquisito documenti e ascoltato personale all’ospedale San Maurizio di Bolzano -5. Sembra, da una prima ricostruzione aziendale, che durante le fasi di preparazione fosse stata posta una domanda sulla necessità di utilizzare ghiaccio sterile o non sterile, e che la distinzione fosse stata ritenuta non rilevante -5.

Si aggiunge, a complicare il quadro, una relazione del Dipartimento di Prevenzione sanitaria della Provincia autonoma di Bolzano che segnala criticità già nella fase di espianto -5. Il documento, inviato al ministero, parla di un drenaggio insufficiente durante la perfusione, tanto che il fegato e il cuore del piccolo donatore si sarebbero congestionati, richiedendo l’intervento correttivo del team di Innsbruck, presente in sala per il prelievo di altri organi. La stessa relazione parla di una dotazione tecnica incompleta portata dall’équipe napoletana, che avrebbe avuto materiale refrigerante insufficiente, e di incertezze nella gestione dell’anticoagulazione. Un quadro, insomma, in cui l’improvvisazione e la mancata conoscenza dei protocolli più moderni – quei protocolli che prevedono contenitori isotermici con registrazione continua della temperatura e che sono stati aggiornati con un accordo Stato-Regioni nel 2025 -1 – hanno creato le premesse per il disastro.

Antonio Caliendo, il padre di Domenico, muratore di 39 anni, ha raccontato la sua verità, fatta di dolore e di dettagli che dipingono l’abbandono. Ha parlato di quella sera del 22 dicembre, quando, tornato in ospedale perché era stato trovato un cuore per suo figlio, ebbe un presentimento, una sensazione strana mentre era vicino alla macchinetta del caffè con un amico -2-6. Ha raccontato di come, dopo l’intervento e dopo i primi giorni, i medici siano letteralmente spariti, smettendo di dare notizie, lasciando la famiglia nell’angoscia e nel silenzio -2-6. Un silenzio rotto solo dalle parole di conforto di alcuni professionisti, che lui stesso tiene a distinguere dal professor Oppido, il cardiochirurgo che non vuole più vedere -6.

Ma la domanda che gli atti giudiziari e le verifiche ispettive cercano di sciogliere è un’altra, ed è una domanda che pesa come un macigno sul sistema: come è possibile che un centro trapianti d’eccellenza come il Monaldi, dove il dispositivo Paragonix era in uso dal 2023 e dove l’équipe degli adulti era stata formata al suo utilizzo in un corso di poco più di un’ora, non abbia trasferito quella conoscenza al settore pediatrico? -4. Non esistono, al momento, elenchi o certificazioni che attestino chi abbia partecipato a quei corsi, e la mancanza di una formazione strutturata e obbligatoria emerge come una delle concause più rilevanti di questo fallimento. Una formazione che, se ci fosse stata, avrebbe forse evitato che qualcuno, in sala operatoria a Bolzano, chiedesse del ghiaccio e che qualcun altro, invece di seguire una procedura consolidata, si affidasse a un metodo vecchio di decenni, congelando il cuore e con esso la speranza di un bambino e della sua famiglia.

L’espianto, i dubbi dei chirurghi austriaci e la congestione dell’organo

I riflettori, ora, sono puntati anche su ciò che è accaduto nella sala operatoria di Bolzano prima ancora che il cuore venisse messo in quel contenitore. La presenza dei colleghi di Innsbruck, chiamati per il prelievo di altri organi, si è rivelata cruciale: sarebbero stati loro, infatti, ad accorgersi che qualcosa non andava durante la procedura di espianto condotta dal team campano. Secondo quanto riportato, avrebbero notato una massiva congestione di fegato e cuore, un segnale inequivocabile di un drenaggio insufficiente nella fase di perfusione -5. Un’anomalia che ha richiesto il loro intervento per essere corretta, e che getta un’ombra ulteriore sulla preparazione e sulla gestione dell’intera operazione. La relazione della Provincia di Bolzano parla chiaramente di “criticità operative” attribuite al team di prelievo, aggiungendo un tassello a un mosaico che si fa di giorno in giorno più complesso e preoccupante. La magistratura, che ha già iscritto sette sanitari nel registro degli indagati – un atto dovuto per consentire gli accertamenti tecnici –, sta ora cercando di ricostruire ogni passaggio, anche attraverso l’analisi dei telefoni cellulari sequestrati e la richiesta di un incidente probatorio per l’autopsia, ritenuta fondamentale per stabilire con precisione le cause della morte di Domenico -7.

Il vuoto normativo e la mancata adozione dei nuovi standard

A rendere ancora più intricate le indagini contribuisce la situazione di stallo normativo in cui si è consumata la vicenda. Nel settembre del 2025 è stato firmato un nuovo accordo in Conferenza Stato-Regioni che stabilisce principi molto più rigidi per il trasporto degli organi, imponendo l’uso di contenitori in grado di registrare in continuo la temperatura e di garantirne la tracciabilità -1-9. Tuttavia, quel documento non è stato ancora recepito dalle Regioni, e al momento del trapianto di Domenico vigeva ancora la normativa del 2015. Un ritardo burocratico che, di fatto, lasciava un margine di discrezionalità nell’adozione delle tecnologie più avanzate. Al Monaldi, però, quella tecnologia c’era, era stata acquistata e funzionava. Il nodo, quindi, non è solo legislativo, ma anche e soprattutto culturale e organizzativo interno all’azienda ospedaliera: l’esistenza di due protocolli diversi, di fatto, tra il centro adulti e quello pediatrico, con il secondo che ha ignorato o non ha saputo utilizzare gli strumenti a disposizione, finendo per ripiegare su una ghiacciaia da quattro soldi e su un metodo di conservazione, quello del ghiaccio secco, che ha bruciato il cuore.

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