La Cina tra dazi e propaganda: la strategia di Pechino nel confronto con gli Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la tensione commerciale tra Stati Uniti e Cina, ereditata dall’era Obama e portata alle estreme conseguenze da Donald Trump, continua a dominare la scena internazionale, Pechino risponde con una doppia strategia: da un lato, l’apertura formale ai negoziati, dall’altro, il ricorso a una retorica nazionalista sempre più marcata. A spiegarlo è Francesco Sisci, sinologo di lungo corso e direttore dell’Appia Institute, in un dialogo con Marco Mayer.

La Cina, che detiene oltre 760 miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano e vanta un surplus commerciale record verso gli Usa, ha dichiarato di «valutare» una proposta statunitense per riaprire i colloqui. Pechino, però, pone condizioni precise: Washington dovrebbe dimostrare «sincerità», correggere quelle che definisce «pratiche sbagliate» e, soprattutto, revocare i dazi unilaterali. «Se vogliono dialogare, devono agire», ha ribadito il ministero del Commercio cinese, lasciando trapelare scetticismo sulle reali intenzioni della controparte.

Intanto, il Partito Comunista Cinese alimenta una campagna propagandistica che punta a rafforzare il sentimento patriottico interno, presentando la disputa commerciale come un attacco alla sovranità nazionale. Una mossa che, secondo Sisci, mira a compensare gli effetti negativi dei dazi statunitensi, che rischiano di rallentare un’economia già in affanno. La retorica del governo, insomma, cerca di trasformare una battaglia economica in una questione di orgoglio nazionale, mobilitando l’opinione pubblica attorno alla leadership.

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