Trump frena Netanyahu sull’Iran: “Mi vuole riportare in guerra ma la decisione spetta a me”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Casa Bianca è stata teatro, nella stessa giornata, di due incontri separati che hanno messo in luce le priorità e le tensioni della politica estera americana sotto la presidenza Trump. Da un lato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, dall’altro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: entrambi a Washington per un faccia a faccia con Donald Trump, approfittando della loro presenza ai funerali del senatore repubblicano Lindsey Graham, venuto a mancare l'11 luglio all'età di 71 anni.

Se per Zelensky l'incontro è servito a consolidare un rapporto in via di riscaldamento e a discutere di nuove forniture militari, per Netanyahu si è trattato del primo colloquio con il presidente americano dall'inizio della guerra contro l'Iran, un confronto atteso da mesi e carico di aspettative, ma anche di evidenti frizioni.

Il funerale di Graham come palcoscenico diplomatico

La concomitanza delle due visite non è stata affatto casuale. Il senatore della Carolina del Sud, morto per un aneurisma aortico, è stato per decenni un convinto assertore dell'interventismo americano e un alleato fedele sia di Israele che dell'Ucraina, tanto da essere definito da Trump, nell'elogio funebre, un uomo che "non ha mai visto una guerra che non gli piacesse".

La sua scomparsa ha lasciato un vuoto politico, ma ha anche offerto l'occasione per un doppio vertice che ha permesso ai due leader di sondare le intenzioni di un presidente che, ormai da più di un anno al suo secondo mandato, resta l'unico arbitro delle scelte di Washington. La giornata si è aperta con l'incontro tra Trump e Zelensky, seguito a stretto giro da quello con Netanyahu, in una sequenza che ha evidenziato le diverse priorità dell'amministrazione.

Zelensky e la svolta sui Patriot: un incontro produttivo

L'incontro tra Trump e Zelensky, durato poco più di un'ora, è stato definito dal presidente ucraino come una "buona riunione". Al centro del colloquio, la richiesta di Kiev di ottenere licenze per produrre in proprio gli intercettori del sistema Patriot, una necessità vitale per contrastare i sempre più frequenti attacchi russi con missili balistici. Zelensky ha confermato che si è discusso di "licenze per la produzione di intercettori Patriot e di diverse altre idee che potrebbero aiutare", aggiungendo che è fondamentale "rivitalizzare il processo diplomatico".

Questo incontro segna un'evidente distensione rispetto ai burrascosi rapporti dei primi mesi del secondo mandato di Trump, quando i due leader avevano avuto un acceso confronto nello Studio Ovale. Il presidente americano, che di recente ha elogiato Zelensky per il suo operato, sembra ora più propenso a concedere a Kiev gli strumenti per continuare la resistenza, anche se i tempi per la produzione dei missili restano lunghi e le scorte statunitensi potrebbero non essere illimitate.

Netanyahu e le tensioni con Trump: "Non mi detterà la linea"

Ben diverso il tenore dell'incontro con Netanyahu, che è arrivato alla Casa Bianca con l'obiettivo di ottenere garanzie su un proseguimento dell'offensiva contro l'Iran, dopo che Trump aveva annunciato una sospensione degli attacchi per favorire la diplomazia. Il premier israeliano, che in passato aveva convinto Trump ad attaccare Teheran, si trova ora a gestire un rapporto segnato da crescenti divergenze.

Il presidente americano, infatti, ha recentemente definito Netanyahu "pazzo" in una conversazione telefonica, e ha pubblicamente criticato l'alleato per le operazioni militari in Libano che hanno rischiato di minare un accordo di cessate il fuoco. Alla vigilia dell'incontro, Trump ha ribadito con fermezza la sua posizione, dichiarando: "Bibi mi sta dicendo che vuole che io resti coinvolto. Ma la decisione spetta a me".

Il presidente ha poi aggiunto, con una punta di irritazione, che non ha bisogno che Netanyahu annunci al mondo le sue richieste su presunte attività nucleari iraniane, ma che può riferirgliele direttamente. La riunione, descritta da fonti israeliane come "estremamente positiva" e incentrata su "disaccordi tattici", sembra aver comunque confermato il ruolo preminente di Trump nel determinare le sorti del conflitto in Medio Oriente, in un momento in cui il premier israeliano cerca sostegno in vista delle elezioni di ottobre e la sua relazione con il presidente americano è più cruciale che mai.

Le diplomazie parallele e la crisi di priorità

Le due visite hanno messo in luce la complessità di un momento storico in cui i conflitti in Ucraina e Medio Oriente si intrecciano e competono per l'attenzione di Washington. Mentre Zelensky cercava di assicurarsi ulteriori aiuti militari per resistere all'avanzata russa, Netanyahu premeva per un'azione più dura contro l'Iran, in un quadro in cui gli obiettivi dichiarati da Trump sono cambiati più volte, passando dal cambio di regime alla questione dello Stretto di Hormuz.

A complicare ulteriormente lo scenario, si aggiungono le possibili missioni di pace degli inviati speciali americani, Steve Witkoff e Jared Kushner, che potrebbero recarsi in Russia nelle prossime settimane per rilanciare i negoziati con Mosca. Una prospettiva che, se da un lato dimostra l'attivismo dell'amministrazione, dall'altro evidenzia come la politica estera americana sia ormai guidata più dalla personalità volubile del presidente che da una visione strategica condivisa, lasciando alleati come Netanyahu e Zelensky in un perenne stato di attesa.

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