Trump all’attacco della Nato: “Non ha fatto nulla”. Il Pentagono studia l’invasione di terra dell’Iran
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Redazione Esteri
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Sullo sfondo di uno Stretto di Hormuz minato e di un’isola di Kharg trasformata in una postazione fortificata, la tensione tra Washington e Teheran continua ad alimentare scenari di guerra mai visti dal 1991. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è tornato a caricare il confronto con un attacco frontale alla Nato, riaprendo una ferita mai rimarginata. “Non ha fatto nulla, non lo dimenticherò”, ha dichiarato, senza mezzi termini, riferendosi all’Alleanza Atlantica in un passaggio che riaccende i vecchi contrasti sui contributi economici e sulla percezione di un’alleanza che – a suo giudizio – avrebbe fallito nel sostenere Washington nelle crisi internazionali. Le parole del presidente, cariche di quella durezza che caratterizza il suo stile comunicativo, arrivano mentre il Pentagono avrebbe messo a punto non uno, ma quattro diversi piani per un’eventuale invasione di terra dell’Iran: un segnale inequivocabile che l’opzione militare, nonostante i canali diplomatici ancora aperti, viene presa con crescente serietà dagli apparati della difesa statunitense.
Teheran si trincera e prepara il pedaggio sullo stretto
Dal canto suo, il governo iraniano ha risposto con una strategia che mescola la deterrenza militare a una pressione economica calcolata al millimetro. Mentre si diffonde la notizia secondo cui l’isola di Kharg – cuore pulsante delle esportazioni petrolifere del paese – sarebbe stata minata per contrastare un possibile sbarco anfibio di truppe americane, il Parlamento di Teheran sta preparando una legge che istituisce un vero e proprio pedaggio per il transito nello Stretto di Hormuz. Un provvedimento che, se approvato, trasformerebbe di fatto una delle vie d’acqua più strategiche del pianeta in una sorta di zona di controllo sovrano, con il potere di bloccare o condizionare il traffico marittimo internazionale. La proposta, che incarna la dottrina della “guerra asimmetrica” cara ai Pasdaran, è stata presentata come una risposta legittima alle “azioni ostili” delle nazioni straniere, in un contesto dove il margine per il negoziato sembra essersi drasticamente ridotto.
La proposta americana respinta, Katz annuncia un’uccisione mirata
Le speranze di una rapida distensione, già fragili, sono state definitivamente congelate dal secco rifiuto opposto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, alla proposta di Washington. L’alto diplomatico, che nei giorni scorsi era stato rimosso dalle liste dei nemici da uccidere da parte dell’Idf insieme al presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, ha blindato la posizione del regime: niente nuovi colloqui se non secondo tempi e modalità stabiliti esclusivamente da Teheran. “La chiusura strategica dello Stretto di Hormuz”, ha ribadito Araghchi, “resta un’arma pronta a scattare”. Una dichiarazione che suona come un ultimatum, mentre sul terreno la guerra parallela tra Israele e Iran registra un’escalation. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato in un video diffuso dal suo ufficio l’uccisione del comandante della Marina dei Guardiani della Rivoluzione, Alireza Tangsiri. L’operazione, avvenuta “nel corso di un’azione mirata e letale” secondo la ricostruzione di Katz, ha eliminato quello che lo stesso ministro ha definito “l’uomo direttamente responsabile dell’operazione terroristica volta a minare e bloccare la navigazione nello Stretto”.
Il regime sotto pressione tra minacce esterne e logiche di sopravvivenza
A ventisette giorni dall’inizio di quella che molti analisti definiscono la seconda Guerra del Golfo, l’Iran si trova così stretto tra la minaccia di una invasione di terra, per la quale il Pentagono avrebbe già delineato scenari operativi distinti, e una strategia di accerchiamento che passa per l’eliminazione mirata dei suoi vertici militari. Il muro alzato da Teheran, con il rifiuto della proposta negoziale e la conferma della disponibilità a usare lo stretto come leva, riflette una logica di sopravvivenza del regime che sembra aver ormai accantonato ogni ipotesi di compromesso. E se il presidente Trump continua a ripetere che i negoziatori sono al lavoro ma “temono di essere uccisi”, l’ombra di una guerra totale si allunga su una regione dove la linea tra il conflitto per procura e lo scontro diretto appare ormai labile.




