Le minacce di Trump a Oman e Iran e il ruolo dei Pasdaran: la crisi in Medio Oriente si inasprisce
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Redazione Esteri
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La tensione in Medio Oriente non accenna a diminuire, anzi, le ultime dichiarazioni del presidente americano Donald Trump hanno innalzato ulteriormente il livello dello scontro verbale con Teheran e non solo. Il capo della Casa Bianca, nel corso delle ultime ore, ha infatti lanciato un avvertimento esplicito anche al sultanato dell'Oman, minacciando di bombardare il paese se dovesse frapporsi tra gli Stati Uniti e l'Iran.
Un'uscita che si inserisce in un quadro già estremamente complesso, segnato da continui scambi di accuse e da una mobilitazione militare che tiene con il fiato sospeso l'intera regione.
La minaccia a Muscat e il doppio canale con i Pasdaran
Secondo quanto si apprende, Trump avrebbe dichiarato di essere pronto a colpire l'Oman, che in queste settimane starebbe svolgendo un ruolo di mediazione parallelo, definendo con l'Iran le rotte per il transito attraverso lo Stretto di Hormuz.
Una mossa che appare ai più come un tentativo di esercitare una pressione massima su tutti i fronti, per costringere Teheran a una trattativa a senso unico: da una parte le minacce militari, dall'altra la presunta apertura di un «canale riservato» con i Pasdaran, l'élite militare e politica che negli ultimi tempi ha consolidato il proprio potere all'interno del regime iraniano.
L'Iran respinge le accuse sul Kurdistan iracheno e si prepara a una risposta
La replica di Teheran non si è fatta attendere, anche se è arrivata per il momento su un fronte diverso, quello delle accuse relative all'attacco con droni contro l'ufficio del premier curdo, Masrour Barzani, e la residenza del capo dell'agenzia di sicurezza e intelligence del Kurdistan iracheno. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha definito «sospetto» l'episodio, respingendo le imputazioni di Barzani che aveva invece indicato nell'Iran il responsabile di quella che ha definito una «pericolosa escalation».
Un botta e risposta che dimostra quanto sia labile il confine tra scontro diretto e guerra per procura in una regione già devastata da anni di conflitti.
Erdogan chiama Trump: la Turchia chiede più diplomazia
In questo clima di crescente frizione, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha voluto sentire direttamente la voce del suo omologo statunitense. Nel corso di un colloquio telefonico, riportato dall'agenzia Anadolu, il leader di Ankara ha sottolineato l'«importanza» di sfruttare al massimo gli strumenti diplomatici per allentare le tensioni, auspicando in particolare che i negoziati tra Washington e Teheran possano proseguire nonostante le difficoltà.
La telefonata, pur nei toni concilianti, non ha tuttavia sortito un effetto immediato sulle dichiarazioni di Trump, che ha ribadito la sua linea dura: gli Stati Uniti non intendono estendere il cessate il fuoco con l'Iran e sono pronti a passare alle vie di fatto.
Il ruolo dei Pasdaran e lo scenario di un conflitto allargato
L'intensificarsi delle minacce e delle contro-minacce rischia di far precipitare una situazione già di per sé esplosiva. L'ipotesi che Teheran possa ricorrere a un attacco contro il blocco navale statunitense nello Stretto di Hormuz, come ventilato da alcune fonti, è uno degli scenari più temuti dagli analisti, che vedono nei Pasdaran l'attore chiave per un'eventuale escalation su larga scala.
L'organizzazione paramilitare, che negli ultimi anni ha accresciuto la propria influenza anche nella gestione della politica estera, potrebbe infatti ritenere conveniente alzare la posta in gioco per consolidare il proprio ruolo interno e dimostrare la propria capacità di deterrenza nei confronti di Washington. Un circolo vizioso che rende ogni giorno più difficile individuare una via d'uscita dalla crisi.
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