Frankenstein di Guillermo del Toro, la creatura prende vita tra arte e materia

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La domanda radicale su cosa definisca l'essenza umana, distinta dalla mera apparenza o dalla mostruosità fisica, torna a interrogare lo spettatore attraverso la nuova pellicola di Guillermo del Toro, un racconto gotico e fantastico che rilegge il classico di Mary Shelley. Il film, approdato in un numero limitato di sale per motivi legati alla candidatura ai premi Oscar e successivamente reso disponibile sulla piattaforma Netflix, si presenta non come un semplice adattamento ma come una rielaborazione profonda, un "retelling" che filtra la tragedia originaria attraverso la sensibilità estetica e filosofica del regista messicano. Egli, definito a buon diritto un maestro della rappresentazione del mostruoso, ha impregnato l'opera di una simbologia precisa, dichiarando che "tutto è stato fatto da umani per gli umani", un'affermazione che delinea i confini di un progetto artistico dove l'artigianalità diventa linguaggio narrativo.

La metamorfosi fisica di Jacob Elordi

Al centro della narrazione, la trasformazione dell'attore Jacob Elordi nella Creatura costituisce un elemento di notevole impatto, frutto di un processo meticoloso e quasi estremo. Per incarnare il personaggio, Elordi ha dovuto sottoporsi a un lungo e complesso lavoro di caratterizzazione, che includeva l'applicazione di ben quarantadue protesi e una sessione di trucco della durata di dieci ore per ogni giorno di ripresa. Questa trasformazione, che va ben al di là della semplice tecnica di effetti speciali, assume i connotati di una metamorfosi sia fisica che poetica, avvicinando l'attore a una comprensione più intima della sofferenza e dell'isolamento del suo personaggio. Il risultato, come si evince dalla visione, è un essere sofferente e consapevole, la cui mostruosità esteriore cela una profondità emotiva inaspettata.

Un'opera artigianale e totale

L'intera produzione del film è stata concepita da Guillermo del Toro come un'opera totale, dove ogni elemento visivo è reale e costruito manualmente, dalle imponenti scenografie ai costumi d'epoca, rifiutando quasi del tutto l'uso del digitale a favore di un approccio tangibile. Questa scelta, che richiama la cura quasi mistica per il dettaglio per cui il regista è celebre, non è una mera questione di stile ma un pilastro fondante della sua poetica. La materialità degli oggetti e degli ambienti, il loro essere frutto del lavoro umano, rispecchia il tema centrale della creazione e dell'imperfezione, stabilendo un dialogo continuo con la vicenda del dottor Frankenstein e della sua creatura. In questo mondo tutto costruito a mano, la storia acquista una consistenza palpabile, un peso specifico che coinvolge lo spettatore in un'esperienza sensoriale oltre che narrativa.

Il ritorno di un mito romantico

Il romanzo "Frankenstein; o, Il moderno Prometeo", pubblicato nel 1818 e divenuto un caposaldo del romanticismo inglese nonché un pioniere della fantascienza, trova in questa versione una delle sue interpretazioni più intense e personali. Ambientato nell'Europa del diciannovesimo secolo, il film segue le vicende del dottor Victor Frankenstein, interpretato da Andrew Garfield, e della sua creatura, delineando un confronto drammatico tra il creatore e la sua opera. La pellicola, che si inserisce a pieno titolo nella filmografia dell'autore di "La forma dell'acqua" e "Crimson Peak", mescola con maestria elementi di orrore a una profonda riflessione esistenziale, restituendo al mito originario tutta la sua carica di poesia visiva e di interrogativo sull'identità e sulla solitudine.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.