Guillermo del Toro porta a Venezia il suo "Frankenstein", il film di una vita
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nessuno sa guardare i mostri con la stessa empatia di Guillermo del Toro, capace di trasformare persino le forme più spaventose in creature dotate di un’anima e di una struggente umanità. Dopo averlo dimostrato con opere come La forma dell’acqua, Leone d’oro a Venezia nel 2017, il regista messicano approda nuovamente al Lido con l’adattamento del romanzo che lo ha folgorato fin dall’infanzia e che ha inseguito per quasi trent’anni, definendolo senza esitazione “il film della vita”.
La Mostra del Cinema di Venezia ha così accolto, fuori concorso, l’attesissimo Frankenstein, un’opera che del Toro ha a lungo sognato e che rappresenta il compimento di un’ossessione personale nata dalla lettura del testo di Mary Shelley. Un progetto, questo, che si inserisce in una tradizione cinematografica sterminata—dai tre film muti degli anni Dieci fino alle innumerevoli pellicole sonore, parodie e cross-over—ma che promette di offrire una prospettiva del tutto originale e profondamente autoriale.
Il film, un capolavoro visivo di rara potenza, ribalta il punto di vista convenzionale sul mito, concentrandosi non sull’orrore generato dalla creatura ma su quello da cui essa stessa è generata: l’uomo. “I mostri siamo noi”, ha affermato il regista, in una dichiarazione che funge da manifesto poetico per un’opera serissima e meditata, la cui profondità concettuale e formale—si è persino osservato—arriva a far rimpiangere il tono dissacrante della celebre parodia di Mel Brooks




