Applausi da record a Venezia per il Frankenstein di Del Toro, una favola nera sul perdono
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La sala ha tributato tredici minuti di standing ovation ininterrotta al film Frankenstein di Guillermo Del Toro, presentato in concorso sabato 30 agosto alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia, registrando il consenso più lungo e caloroso di questa edizione del festival. Un’accoglienza trionfale, dunque, per l’attesissimo kolossal dell’acclamato maestro dell’horror gotico, il quale, come è sua consuetudine, ha forgiato un’opera di ampio respiro che travalica i confini del genere per approdare a territori narrativi più complessi e allegorici.
Il film, che vanta un cast stellare comprendente nomi del calibro di Oscar Isaac, Jacob Elordi – il quale, nelle vesti della Creatura, ha dichiarato di avervi impresso molto di sé, al punto da ritenere che “alla fine, forse, è quasi più umano lui di me” – Mia Goth e Christoph Waltz, non si configura come un horror in senso stretto. Del Toro, il quale ha scelto di costruire set giganteschi con un uso parco degli effetti digitali, convinto che “quando gli attori lavorano in scenari veri, possono fare pura recitazione”, ha piuttosto plasmato una cupa favola sulla natura umana.
La pellicola, il cui respiro epico ne sottolinea l’ambizione, rilegge il classico di Mary Shelley – spesso interpretato quale monito contro la scienza sconsiderata – attraverso il prisma di dinamiche familiari disfunzionali, trasformandolo in una dolorosa e immaginifica parabola. Il racconto, infatti, si concentra con insistenza sul rapporto tossico tra padri e figli, sull’ambizione che oltrepassa ogni limite e, soprattutto, sull’importanza cardinale del perdono e sulla necessità di preservare la propria umanità anche di fronte all’orrore.




