Starmer si scusa ma non si dimette, e intanto Meloni si dice “scioccata” per le fatture svizzere
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Redazione Interno
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Keir Starmer, premier britannico sotto pressione dopo il caso del vetting fallito per Peter Mandelson, ha chiesto scusa alla Camera senza però rassegnare le dimissioni. «Voglio essere molto chiaro – ha dichiarato – anche se questa dichiarazione si concentrerà sul processo riguardante il vetting e la nomina di Mandelson, al centro di tutto c’è anche un giudizio che ho espresso e che era sbagliato». Un’ammissione, la sua, che arriva in un clima di fuoco parlamentare: i Tories lo accusano di aver mentito all’Aula, chiedendone le dimissioni immediate, mentre bordate non meno dure giungono dall’ala sinistra del Labour. Nessuno, finora, ha ottenuto però il passo indietro del capo del governo, il quale si limita a riconoscere l’errore senza trarne conseguenze politiche immediate. La vicenda, destinata a infiammare i dibattiti nelle prossime settimane, ruota attorno a un’inchiesta giudiziaria ancora in corso su Mandelson; di essa si conoscono i contorni investigativi, non i dettagli espliciti della cronaca, trattati con il consueto rispetto per le indagini.
L’errore del vetting e la replica dell’opposizione
Starmer non ha mai negato che le verifiche sul conto di Mandelson fossero incomplete, ma ha sostenuto di non essere stato informato tempestivamente del fallimento del processo. «Non mi riferirono del vetting fallito», ha ripetuto, cercando così di spostare l’attenzione sulla catena di responsabilità all’interno del suo esecutivo. I conservatori, dal canto loro, hanno parlato di una «menzogna davanti alla Camera», un’accusa grave che nel sistema di Westminster può aprire crepe insanabili. Eppure, nonostante la durezza degli attacchi incrociati – a destra come a sinistra – Starmer resiste, forte di una maggioranza che per ora non dà segni di sfaldamento. Nessuna delle parti ha fornito elementi nuovi sulla natura delle omissioni nel vetting, e il dibattito resta confinato agli scambi parlamentari, senza sviluppi giudiziari aggiuntivi rispetto a quelli già noti.
La strage di Crans-Montana e la “disumana burocrazia” secondo Meloni
A migliaia di chilometri di distanza, un’altra vicenda ha scosso l’opinione pubblica italiana: quella delle fatture recapitate dall’ospedale svizzero di Sion ai feriti del rogo di Capodanno a Crans-Montana. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha parlato di «riprendente» l’ipotesi che i costi delle cure potessero cadere sulle vittime o sull’Italia. «Sono rimasta scioccata – ha scritto in un post – dalla notizia delle fatture da decine di migliaia di euro inviate da un ospedale svizzero alle famiglie di alcuni ragazzi coinvolti nel rogo. Un ospedale di Sion è arrivato addirittura a chiedere oltre 70 mila euro per poche ore di ricovero. Un insulto, oltre che una beffa, che solo una disumana burocrazia poteva produrre». La premier ha aggiunto di aver parlato con l’ambasciatore italiano a Berna, ottenendo rassicurazioni: le autorità svizzere hanno confermato che si è trattato di un errore e che le famiglie non dovranno pagare nulla.
Il chiarimento diplomatico e il ruolo dell’ambasciatore
Proprio l’intervento dell’ambasciatore italiano ha permesso di sbloccare la situazione, dopo che le fatture – alcune delle quali superiori ai 70 mila euro – erano state recapitate direttamente ai parenti dei giovani ricoverati. Meloni, pur definendo «scioccante» l’accaduto, ha evitato di alimentare polemiche oltre misura, limitandosi a prendere atto della retromarcia elvetica. «Ho parlato con il nostro ambasciatore: le autorità svizzere hanno assicurato che si è trattato di un errore, e che le famiglie non dovranno pagare nulla», ha ribadito. Nessuna dichiarazione ufficiale è invece giunta dall’ospedale di Sion, né sono stati resi noti i nomi dei feriti o i dettagli delle loro condizioni cliniche, in ossequio alla privacy e alla delicatezza della cronaca. Il caso, per ora, si chiude con una nota diplomatica, senza strascichi giudiziari o richieste di risarcimento da parte italiana.




