Famiglia nel bosco, la deputata Brambilla deposita un ddl per riformare gli affidamenti
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Redazione Interno
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A Montecitorio, tra i banchi che solitamente ospitano le battaglie politiche più roventi, ieri è entrata in scena una sofferenza privata divenuta, suo malgrado, pubblica. Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, i genitori che hanno visto spezzare la propria quotidianità nel casolare tra i boschi d’Abruzzo, si sono presentati nella sala stampa della Camera mano nella mano. Lei, con la treccia raccolta e una sciarpa color salmone stretta al collo, aveva già gli occhi lucidi prima ancora di pronunciare una parola; lui, in giacca e camicia a quadri, le faceva da scudo silenzioso. Non erano soli: al loro fianco, a fare da cassa di risonanza a quella che ha definito una "violenza di Stato", c'era Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione parlamentare per l'Infanzia e l'Adolescenza.
La denuncia e le lacrime di una madre
La conferenza stampa è servita a dare un volto e una voce a un ricorso che i due coniugi, di origini anglosassoni, hanno già presentato alla giustizia ordinaria. Tuttavia, il momento più alto di tensione emotiva è arrivato quando Catherine Birmingham ha preso la parola. «Siamo affranti – ha detto con la voce rotta dal pianto – perché sappiamo che i nostri bambini soffrono, e non possiamo riportarli a una casa dove sarebbero accuditi e amati. L'unica cosa che desidero è di risvegliarmi da quello che mi sembra essere il peggiore degli incubi». Ha parlato di impotenza, sottolineando come quella che stanno subendo i suoi figli sia una forma di crudeltà estrema, mai vista né sentita prima nella sua intera esistenza. Dal canto suo, Nathan Trevallion ha letto una letterina scritta dalla figlia maggiore: un messaggio di auguri per il compleanno della madre, custodito gelosamente come una prova dell'affetto che lega quei bambini alla loro famiglia d'origine, nonostante i cinque mesi di separazione.
La proposta di legge: un nuovo metodo per i tribunali
Al di là dell'appello personale, Brambilla ha approfittato della ribalta per mettere nero su bianco una modifica strutturale al sistema. La deputata di Noi Moderati ha infatti depositato un disegno di legge che, se approvato, cambierà le regole per l'affidamento dei minori in situazioni di difficoltà. Secondo quanto riportato, la scintilla che ha acceso la miccia della riforma è proprio la valutazione effettuata dai servizi sociali nel caso specifico della "famiglia nel bosco": «Questi bambini – ha spiegato la presidente – sono stati portati via sulla base di una decisione di un Tribunale fondata su una relazione di un assistente sociale che si era recata a casa solo 5 volte. Di queste, 2 erano accompagnate dai carabinieri (immaginiamo con quale armonia) e senza la presenza di un interprete che potesse superare le barriere linguistiche».
Il cuore del ddl prevede che, in futuro, il giudice non possa più basarsi esclusivamente su quel singolo rapporto. La novità principale è l’introduzione di una commissione interdisciplinare obbligatoria: un collegio di esperti composto da neuropsichiatri infantili, psicologi dell'età evolutiva e pedagogisti. Sarà questo gruppo, e non più un singolo operatore, a redigere una relazione affiancata a quella dei servizi sociali, allo scopo di fornire al magistrato un quadro più completo e, nelle intenzioni dei proponenti, meno esposto a errori istruttori.
Simboli e frammenti di una quotidianità interrotta
Durante l’incontro, sul tavolo sono stati sparsi piccoli oggetti che raccontano il dramma meglio di qualsiasi parola: fotografie, letterine di compleanno e disegni dei bambini. In uno di questi, la famiglia è raffigurata rintanata in una caverna, un’immagine che la stessa Brambilla ha commentato come il segno di un trauma profondo, dove la felicità infantile è ormai relegata a un atto di clandestinità. A fare eco alla deputata è stata la garante per l’Infanzia Marina Terragni, la quale ha denunciato un sistema che, a suo dire, permette ancora di «spostare i minori come sacchi di patate» senza ascoltarli adeguatamente. I genitori, dal canto loro, hanno ribadito di non aver mai commesso atti di maltrattamento, difendendo la scelta educativa “neorurale” e la scuola parentale come un diritto costituzionale, pur consapevoli che l’abitazione sprovvista di alcune utenze è stata al centro delle contestazioni giudiziarie.




