Petrolio, l’Iraq ferma i pozzi e l’America grazia i barili iraniani: la guerra dell’energia si fa paradossale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ultima, in ordine di tempo, è la dichiarazione di forza maggiore da parte dell’Iraq. Baghdad ha ordinato la chiusura totale della produzione in tutte le aree di concessione gestite da compagnie straniere, un provvedimento che arriva dopo analoghe interruzioni in Qatar e che blocca di fatto l’estrazione nei giacimenti dove operano i maggiori player internazionali. La ragione, esplicitata in una lettera del ministero del Petrolio datata 17 marzo e visionata da Reuters, risiede nell’impossibilità di adempiere agli obblighi contrattuali per cause di forza maggiore: il greggio non può essere spedito perché il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato, vittima degli attacchi iraniani che hanno reso quella sottile striscia di mare una zona di guerra ad altissimo rischio. A nulla sono valsi, finora, i tentativi diplomatici per riaprire la rotta: Teheran, con una strategia chiara, ha trasformato il passaggio obbligato per un quinto del greggio mondiale in un’arma di ritorsione, consapevole che paralizzare le esportazioni dei vicini del Golfo equivale a colpire le economie occidentali nel loro punto più vulnerabile. Il risultato, nei numeri, si è visto subito: venerdì il Brent ha chiuso sopra i 112 dollari, mentre il greggio americano ha superato la soglia dei 98 dollari, segnando un’impennata che pochi mesi fa sarebbe apparsa inverosimile.

Previsioni apocalittiche e il rischio di una crisi prolungata

Il quadro tracciato dagli analisti è fosco. L’Arabia Saudita, in genere propensa a mantenere un certo equilibrio per non distruggere la domanda di lungo periodo, ha avvertito che se il conflitto e le interruzioni delle forniture si protrarranno fino alla fine di aprile, il prezzo del petrolio potrebbe schizzare a 180 dollari al barile. Un’eventualità che, se da un lato riempirebbe le casse di Riyad, dall’altro rischierebbe di innescare una recessione globale. Nello stesso senso vanno le proiezioni di Goldman Sachs: gli economisti della banca d’affari hanno scritto in una nota che il costo del greggio potrebbe restare stabilmente sopra la soglia dei 100 dollari fino alla fine del 2027, descrivendo uno scenario di rischio caratterizzato da coperture prolungate e da perdite di offerta ampie e durature. È la combinazione peggiore – quella di uno shock prolungato – che trasforma un’impennata temporanea in una crisi strutturale, capace di modificare le abitudini di consumo e di mettere in ginocchio le industrie energivore del Vecchio Continente.

La mossa paradossale di Trump: sanzioni sospese per calmierare i prezzi

Proprio mentre i bombardamenti continuano e Teheran allarga il raggio delle sue rappresaglie – colpendo con droni le raffinerie kuwaitiane di Mina Al-Ahmadi e Mina Abdullah, costringendo la Kuwait Petroleum ration a uno spegnimento precauzionale –, a Washington si consuma un paradosso che pochi, fino a qualche giorno fa, avrebbero saputo immaginare. L’amministrazione Trump, per evitare che il caro-benzina divorasse il consenso interno in vista delle elezioni di medio termine, ha deciso di sospendere temporaneamente alcune sanzioni sul petrolio iraniano. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato la misura, che riguarda circa 140 milioni di barili già caricati sulle navi entro il 20 marzo e che potranno ora essere immessi sul mercato globale senza subire le restrizioni previste. Una grazia concessa al greggio “in mare” – quello stesso greggio che l’Iran usa per finanziare il suo apparato militare – nella speranza che l’afflusso di queste scorte galleggianti possa spegnere l’incendio dei prezzi nel breve termine, o almeno nei prossimi dieci-quattordici giorni.

Irritazione nel Golfo e le contraddizioni della politica estera americana

La scelta di Bessent, che in un tweet è parso quasi sfidare la logica della sua stessa amministrazione, ha però sollevato più di un malumore tra gli alleati storici degli Stati Uniti nell’area. Fonti di Argus riferiscono di una forte irritazione nei Paesi del Golfo Persico, i quali temono che l’allentamento delle sanzioni non solo rappresenti un rafforzamento inaspettato per l’Iran – un nemico che si sta cercando di indebolire con le bombe – ma distragga anche dalla priorità principale: ripristinare al più presto la sicurezza dei transiti nello Stretto di Hormuz. È la contraddizione di una guerra combattuta su due piani: militare, con gli attacchi a siti strategici iraniani, ed economico, con la necessità di tenere sotto controllo le pulsioni inflazionistiche del mercato energetico. Una contraddizione che si manifesta nella difficoltà di Washington di gestire l’impatto di un conflitto che il presidente, all’inizio dell’anno, aveva previsto breve e risolutivo, e che invece si sta rivelando lungo, logorante e capace di produrre effetti collaterali imprevisti, come la necessità di accordare deroghe proprio al regime che si intendeva isolare. Intanto, l’Europa guarda con apprensione: la Commissione ha già chiesto agli Stati membri di abbassare gli obiettivi di riempimento degli stoccaggi di gas, segno che la paura di una nuova crisi energetica, capace di distruggere la fragile ripresa economica del continente, è ormai più che concreta.

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