Abbasso il quorum, ma il referendum è ancora un problema
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Redazione Interno
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Che il referendum costituzionale non raggiungesse il quorum necessario era, in fondo, prevedibile. È il trentanovesimo consecutivo – per usare una stima approssimativa – a fallire l’obiettivo del 50% dei votanti, confermando una tendenza ormai strutturale. Con una partecipazione ferma al 30,6%, inferiore alla metà degli elettori attivi nelle ultime politiche (dove si era toccato il 64%), il dato non sorprende, ma riaccende il dibattito su come salvare uno strumento fondamentale di democrazia diretta. I partiti, senza distinzione di schieramento, ripropongono la solita ricetta: abbassare la soglia.
L’analisi dell’esito, tuttavia, offre spunti più articolati. Se è vero che un terzo dell’elettorato italiano è ormai astensionista per ragioni profonde – disaffezione, sfiducia, disinteresse – i quasi 14 milioni di votanti rappresentano comunque una cifra significativa. Il problema, semmai, è la percezione di inutilità che circonda queste consultazioni. Quando il risultato appare scontato, o il tema non tocca direttamente gli interessi immediati dei cittadini, la mobilitazione diventa un’impresa.
La sinistra, in particolare, si interroga sugli errori commessi. Aver concentrato più referendum in un’unica tornata, aver scelto temi percepiti come distanti dalla quotidianità, aver politicizzato eccessivamente il voto: sono tutte critiche che circolano dopo il flop. C’è chi sostiene che sia stato controproducente per il Pd chiedere di bocciare le proprie stesse politiche passate, e chi vede nell’iniziativa un tentativo maldestro di unire l’opposizione. Eppure, qualche segnale positivo c’è. I "sì" ottenuti, soprattutto sul lavoro, dimostrano che una parte dell’elettorato progressista è ancora disposta a mobilitarsi, purché le questioni siano chiare e sentite.




