Villa d’Este, un secolo di golf tra divi hollywoodiani e campioni veri

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’era una volta, e sto parlando di un’epoca in cui il golf in Italia suscitava più stupore che passione, un Grand Hotel sul lago di Como che decide di fare una cosa mai tentata prima: costruire un campo da gioco per gli ospiti anglosassoni, quelli veri, quelli del jet-set. Erano gli anni Venti, e il Grand Hotel Villa d’Este a Cernobbio – già frequentato da nomi del calibro di Clark Gable e Gregory Peck, giusto per citare due divi che non avevano bisogno di presentazioni – si ritrovò a dover accontentare una clientela abituata a tutto, persino a un green dove perdere elegantemente qualche sterlina. Fu così che si cercò il terreno, lo si trovò a Montorfano, e per la clubhouse si chiamò l’architetto Giuseppe Bergomi: lui, con un tocco di sobria genialità, optò per lo stile coloniale inglese, quello che ancora oggi ti dà il benvenuto come se fossi atteso da un vecchio amico.

Oggi quel piccolo angolo di paradiso – lo dicono in tanti, chi ci ha giocato, chi ci ha solo lavorato, chi magari ci è capitato per una cena e non ne è più voluto andare via – compie cento anni. Cento anni esatti di eleganza, accoglienza e agonismo al massimo livello, e non è poco. Il Circolo Golf Villa d’Este, però, non è solo un campo: è una di quelle creature rare che mescolano il glamour hollywoodiano di un tempo con la sostanza dura del torneo, la fatica del swing e la precisione del putt. E a guardar bene, nessuno se ne stupisce, perché qui l’aria che si respira dentro la clubhouse parla da sola: non è l’aria di un circolo qualsiasi, è l’aria di chi sa di avere una responsabilità, e lo ha detto chiaro e tondo il presidente Antonio Munafò, senza giri di parole.

Cent’anni di responsabilità e un calendario speciale

Perché “100 anni non sono solo un anniversario, sono una responsabilità”. Parola di Munafò, che ieri ha presentato il programma degli eventi che scandiranno quest’anno del centenario. E lo ha fatto in quel di Montorfano, sul ramo del lago che volge a levante – scusate la citazione manzoniana, ma ci sta tutta – dove da cent’anni qualcuno tira palline da golf. Non le tira a caso, le tira con cura, quasi con devozione, come si fa in un luogo che ha visto sfilare finanzieri, artisti, campioni e anche qualche reverendo, senza dimenticare un conte e persino un commissario, figure che hanno contribuito a tessere la trama di questa lunga storia. Il circolo, va detto, non è solo un gioiello architettonico o un set naturale per film in bianco e nero: è anche una macchina da golf vero, capace di attirare competizioni internazionali e di formare giocatori di livello assoluto.

Da curiosità nazionale a eccellenza internazionale

All’epoca della costruzione, lo ricordavo prima, il golf per gli italiani era più una curiosità che uno sport. Una bizzarria importata, roba per ricchi eccentrici o per stranieri con la pipa in bocca e il cappello di tweed. Ma il Grand Hotel Villa d’Este ebbe il coraggio di guardare oltre, di capire che quel “gioco da inglesi” sarebbe diventato ben altro. E così, cent’anni dopo, ci troviamo a parlare di un circolo che è un’eccellenza assoluta nel panorama golfistico italiano, con una vocazione agonistica che non ha nulla da invidiare ai club più blasonati d’Europa. Non ci sono segreti, se ci pensate: la miscela vincente è sempre quella, fatta di tradizione e sguardo al futuro, anche se qui il futuro lo hanno sempre immaginato con discrezione, senza voli pindarici, ma con i piedi ben piantati sul fairway.

Glamour, agonismo e quell’aria di casa che non ti aspetti

C’è infine un dettaglio, e non è secondario, che chiunque frequenti Villa d’Este racconta come se fosse una rivelazione: quel campo, quella clubhouse, persino i vialetti che portano al primo tee, sanno di casa. Non una casa qualunque, intendiamoci, ma quella di chi ti accoglie senza farti sentire un estraneo. Eleganza e amicizia, due parole che spesso nel mondo del golf viaggiano su binari separati, qui corrono insieme. E forse è proprio questo il miracolo – se di miracolo si può parlare – di un secolo di storia: avere mantenuto intatta la capacità di stupire, di far sentire chi arriva come se fosse sempre stato lì. Tra un driver e un putt, tra un campione del passato e un ragazzino che muove i primi passi sul green, Villa d’Este continua a raccontarsi, senza bisogno di gridare, perché la sua voce, dopotutto, è quella del lago che le scorre accanto.

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