Bordighera, la petizione per il lutto nazionale e il peso delle parole delle sorelline di Beatrice

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono già oltre ventitremila le sottoscrizioni raccolte sulla piattaforma a sostegno di una richiesta che, almeno nelle intenzioni dei promotori, ambisce a valicare i confini della mera solidarietà virtuale per tradursi in un atto ufficiale dello Stato: l’istituzione di una giornata di lutto nazionale in memoria della piccola Beatrice, la bambina di due anni la cui esistenza si è infranta, la notte tra l'8 e il 9 febbraio scorso, tra le mura domestiche di una abitazione a Bordighera.

L’appello, nel proporre un gesto simbolico di tale portata, mira a sollecitare quella che i firmatari definiscono una "assunzione di responsabilità collettiva" rispetto a quello che appare sempre più chiaramente, agli occhi degli inquirenti, come un sistematico e inarrestabile stillicidio di violenze.

Una richiesta di scuse pubbliche, insomma, indirizzata a una bimba che non può più ascoltarle, nella consapevolezza che la sua brevissima vita è stata spezzata da dinamiche che, come emerge dagli atti giudiziari, coinvolgono in primo luogo la madre, Emanuela Aiello, e il compagno di quest’ultima, Emanuel Iannuzzi.

Il quadro accusatorio e gli sviluppi investigativi

A rendere ancor più cupo il quadro, già di per sé devastante, sono le modalità con cui si sarebbero consumate le violenze e gli strumenti – se così si possono definire – utilizzati per infliggerle. Le indagini coordinate dalla Procura di Imperia hanno portato alla luce, attraverso il sequestro dei dispositivi elettronici di Iannuzzi, un vero e proprio archivio dell’orrore: fotografie che ritraggono il corpicino di Beatrice coperto di ecchimosi e un video in cui la piccola, tra le lacrime, viene ripresa mentre viene costretta a inalare il fumo di una sigareletta.

Il gip, nel motivare il provvedimento restrittivo nei confronti dell'uomo, ha parlato di "sevizie e crudeltà", un’espressione che trova purtroppo riscontro nelle dichiarazioni rese dalle due sorelline della vittima, rispettivamente di 9 e 7 anni, attualmente ospitate in una struttura protetta e affidate ai servizi sociali.

Quest’ultime, superato il muro di omertà che l’adulto aveva cercato di erigere, hanno fornito agli investigatori il tassello mancante per incastrare Iannuzzi, descrivendo un inferno domestico fatto di punizioni fisiche, segregazione in stanze chiuse a chiave e, non ultimo, una madre che, come ricostruito nell'ordinanza, avrebbe avuto un ruolo "omissivo" attivo, assistendo alle violenze senza mai intervenire.

Il peso dell’infanzia negata delle sorelline

Emerge con drammatica nitidezza, dalle carte dell’inchiesta, la figura della maggiore delle due sorelle, una bambina a cui è stato strappato il privilegio dell’infanzia per trasformarla, di fatto, nell’unica figura di accudimento per la piccola Beatrice.

Nelle relazioni dei servizi sociali, le due minori vengono definite "bambine adultizzate": erano loro a preparare il cibo per la sorellina, a cambiarla e a tentare di lenire i suoi pianti in assenza di una madre che, raccontano, preferiva trascorrere il tempo nella casa del compagno a Perinaldo, lasciandole spesso da sole per interi weekend.

Una cronaca che si arricchisce di dettagli dolorosi, come quando la sorella maggiore, alla disperata ricerca di aiuto per le condizioni di Beatrice, venne chiusa in una stanza dai genitori per non essere disturbati durante una cena a base di alcol. Un grido d’allarme, quello lanciato dalla piccola, che rimbalzò tra le pareti di casa senza trovare ascolto né nella madre né nei nonni materni, i quali – secondo la ricostruzione della Procura – avrebbero notato i lividi sul volto della nipotina giorni prima del decesso senza tuttavia attivarsi.

Le testimonianze decisive e la ricostruzione della dinamica

È proprio grazie alla lucidità e alla memoria di queste due bambine, oggi ospitate lontano da quel contesto familiare, che gli inquirenti hanno potuto scardinare la versione inizialmente fornita dalla madre. Quest’ultima, nel tentativo di depistare le indagini, aveva dichiarato ai soccorritori che la figlia aveva avuto difficoltà respiratorie, attribuendo i lividi a una banale caduta dalle scale.

Una menzogna che è crollata di fronte all'autopsia, la quale ha evidenziato un trauma cranico mortale compatibile con un massiccio uso di forza bruta, e alle parole delle sorelline, che hanno raccontato di aver visto Iannuzzi alzare le mani sulla piccola "una ventina di volte" e di aver fotografato il suo volto tumefatto per inviare le prove a una madre che, immobile, non faceva nulla per fermare quella spirale di violenza.

Il compagno, che ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere durante l'interrogatorio di garanzia, è stato trasferito nel carcere di Ivrea – forse a causa di minacce ricevute – mentre la madre è rinchiusa a Torino, entrambi a carico dell’accusa di maltrattamenti aggravati. Il messaggio che l'opinione pubblica, attraverso le firme della petizione, prova a lanciare è quello di una collettività che rifiuta l'indifferenza, chiedendo un gesto formale che serva a ricordare – senza attenuanti – il destino toccato a Beatrice.

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