La canna e le percosse, il calvario di Beatrice finito a Bordighera

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A due anni Beatrice non poteva sapere cosa fosse una «canna», né tantomeno immaginare che quel gesto, ripreso in un video accanto alla madre e alle sorelline di 9 e 7 anni, sarebbe diventato un tassello di un’inchiesta ben più grave. Emanuel Iannuzzi, 42 anni, edile con impieghi saltuari, la chiama proprio così nella registrazione: «una canna»; la sigaretta artigianale, verosimilmente confezionata con hashish o marijuana, viene portata alle labbra della piccola mentre l’uomo filma e nessuno – a parte chi aveva il dovere di proteggerla – sembra vedere nulla.

La Procura, attraverso le parole della pm Veronica Meglio, tratteggia l’indole crudele dell’indagato, già noto per precedenti legati all’uccisione di animali e alla detenzione di armi: un profilo che si intreccia con quello della madre, Manuela Aiello, anch’essa finita in manette dopo la morte della figlia più piccola, avvenuta lo scorso 9 febbraio.

L’orrore quotidiano tra botte, segregazione e silenzi imposti

Non fu solo quella sigaretta a segnare gli ultimi mesi di Beatrice. Le indagini, condensate nell’ordinanza del gip Massimiliano Botti, restituiscono un quadro di violenze sistematiche: schiaffi, percosse, segregazione in camera da sole, l’obbligo per le due sorelline – rispettivamente di 9 e 7 anni – di fare le pulizie domestiche. Un inferno durato almeno quattro mesi, durante i quali la madre e il compagno avrebbero agito con quella che gli investigatori definiscono una ferocia crescente.

Le botte che hanno causato la morte di Beatrice si sommano ai soprusi sulle altre bambine: una di loro, la più grande, viene ripresa dall’uomo con un «Guarda che ti ho visto che le hai dato un bacino prima di andare in bagno», come se perfino un gesto d’affetto verso la sorellina di due anni costituisse un comportamento inaccettabile, meritevole di un rimprovero brutale.

Le parole della madre e lo sguardo delle sorelline

Manuela Aiello, nei giorni successivi alla morte di Beatrice, avrebbe tentato di depistare le ricerche: «Non dite che conoscevate Iannuzzi», avrebbe raccomandato a chi le stava vicino, forse consapevole del ruolo dell’uomo nella vicenda. Ma sono le parole delle due bambine sopravvissute, ascoltate dalle psicologhe, a consegnare la dimensione più cruda della tragedia: «Non vedremo Bea da grande». Una frase che non ha bisogno di commenti, perché porta con sé il peso di una consapevolezza precoce, quella di chi ha visto la sorellina venire picchiata e non ha potuto fare nulla.

Nessuno, all’esterno di quella casa di Bordighera, aveva mai visto niente. O almeno nessuno che abbia poi raccontato qualcosa prima che fosse troppo tardi.

Le responsabilità giudiziarie e il silenzio di chi avrebbe potuto intervenire

L’arresto di Iannuzzi e Aiello – accusati di aver provocato la morte della bambina attraverso percosse ripetute – rappresenta solo l’esito giudiziario di una storia che ha lasciato senza fiato anche gli operatori sociali più esperti. Come Letizia Caro Merlo, 82 anni, operatrice per cinquant’anni a fianco di minori e famiglie in difficoltà, che scrive: «Sto male per Beatrice, come per tutti i bambini offesi, feriti e uccisi dalla cattiveria disumana».

Un malessere che diventa anche rabbia verso «gli stupidi e opportunisti politici che ingrossarono i propri voti col caso Bibbiano», senza mai chiedere scusa agli operatori coinvolti – peraltro assolti. La cronaca giudiziaria di Bordighera non offre facili moralismi, ma solo il resoconto di una canna fatta fumare a una bimba di due anni, di un bacino punito, di sorelline che sanno già cosa significhi non vedere più una persona crescere.

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