Trump firma il travel ban, la Fifa tace: i Mondiali "globali" nell'America delle restrizioni
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Redazione Esteri
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L’ultimo attacco terroristico a Boulder, in Colorado, ha spinto la Casa Bianca a stringere ulteriormente i controlli sull’immigrazione. Il 4 giugno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che vieta l’ingresso nel Paese ai cittadini di dodici Stati, tra cui Iran, Venezuela e altri, giustificando la misura con la necessità di “proteggere la sicurezza e gli interessi nazionali”. Una decisione che, oltre alle ovvie ripercussioni diplomatiche, rischia di creare non pochi problemi al mondo del calcio, considerando che gli Stati Uniti ospiteranno a breve due eventi di portata mondiale: il Mondiale per Club, in programma dal 14 giugno, e i Mondiali 2026, organizzati insieme a Canada e Messico.
La Fifa, che da anni promuove l’inclusività e la natura universale del gioco, non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale. Un silenzio che stride con la retorica dell’organizzazione, sempre pronta a celebrare i valori dello sport come strumento di unione tra culture diverse. Se da un lato il travel ban potrebbe complicare la partecipazione di atleti e tifosi provenienti dai Paesi colpiti, dall’altro solleva interrogativi sull’opportunità di assegnare grandi eventi a nazioni che adottano politiche restrittive.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. L’Iran, attraverso un post sul profilo X del ministero degli Esteri, ha accusato Washington di “profonda ostilità verso il popolo iraniano e i musulmani”, denunciando una violazione del diritto internazionale. Analoghe proteste sono arrivate dal Venezuela, dove il presidente Nicolás Maduro ha inveito contro Trump, sostenendo che la decisione sia frutto di “menzogne sistematiche”.




