Il Ciad chiude le porte agli statunitensi: la replica al "travel ban" di Trump
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Redazione Esteri
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Il governo del Ciad ha deciso di sospendere l’emissione di visti per i cittadini statunitensi, una mossa che rappresenta una risposta diretta al divieto di ingresso imposto dall’amministrazione Trump mercoledì 4 giugno. Tra i dodici paesi colpiti dalle nuove restrizioni, il Ciad è l’unico ad aver reagito con una misura speculare, ribadendo così la propria posizione senza ambiguità.
"Questo paese non ha aerei da regalare né miliardi di dollari da distribuire, ma custodisce la sua dignità e il suo orgoglio", ha dichiarato il presidente Mahamat Idriss Deby, sottolineando come la decisione statunitense sia stata percepita come un affronto. Il "travel ban", giustificato da Washington con motivi di sicurezza nazionale, vieta l’accesso agli Stati Uniti a cittadini di Afghanistan, Myanmar, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen, oltre al Ciad. Altri sette paesi – Burundi, Cuba, Laos, Sierra Leone, Togo, Turkmenistan e Venezuela – sono soggetti a limitazioni parziali.
Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per quello che è stato definito un provvedimento discriminatorio, ma l’amministrazione Trump ha ribadito che si tratta di una misura necessaria per proteggere gli interessi nazionali. La replica del Ciad, tuttavia, dimostra che le conseguenze politiche di tali decisioni possono rivelarsi imprevedibili, soprattutto quando toccano la sovranità di stati che, pur non disponendo di un peso geopolitico rilevante, sono disposti a rispondere con determinazione.
Intanto, il divieto rischia di avere ripercussioni anche al di fuori della sfera diplomatica. Gli Stati Uniti, che ospiteranno presto importanti eventi sportivi internazionali, potrebbero trovarsi di fronte a complicazioni logistiche e burocratiche, considerato che atleti e delegazioni provenienti dai paesi interessati potrebbero vedersi negare l’accesso. Una situazione che, se non risolta, rischia di trasformarsi in un ulteriore fronte di tensione.




