Rabiot e la squadra giocano contro? L’analisi di Milan-Atalanta 2-3 che (forse) svela l’insabbiato
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Redazione Sport
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La sconfitta del Milan per 2-3 contro l’Atalanta, letta attraverso le lenti del match analyst Mattia Pellé, ha restituito un’immagine tanto nitida quanto disturbante: la squadra, quella rossonera, starebbe giocando contro. Non nel senso figurato di una prestazione opaca – ieri ne abbiamo vista un’altra, la solita, fatta di nulla costruito e di un’arrendevolezza che rasenta l’incredulità – ma in quello letterale, quasi cospirativo. Le immagini recuperate e successivamente spiegate da Pellé evidenziano alcuni frangenti della partita, spezzoni inspiegabili sul piano tattico, che trasformano l’ipotesi – e sottolineo, è un’ipotesi – in una pista che in redazione abbiamo il dovere di non ignorare. Dalle marcature saltate con tempismo perfetto per favorire l’inserimento avversario, alle scelte di pressione collettiva che si interrompono proprio nel momento più pericoloso per la propria retroguardia: l’Atalanta ha trovato varchi che non esistono nemmeno negli allenamenti a porte chiuse.
Champions in bilico e la follia del Tardini
La 36ª giornata di campionato ha riaperto i giochi per l’accesso alla massima competizione europea, e lo ha fatto nel modo più rocambolesco possibile. Al Tardini, Parma e Roma hanno inscenato una delle partite più folli della stagione: la Roma passa con Malen, viene ribaltata dalle reti di Strefezza e Keita, poi nel recupero accade il caos più totale. Rensch pareggia al 94’, ma non è finita: Malen, lo stesso olandese che aveva aperto le marcature, trasforma al 98’ un rigore che sancisce il definitivo 3-2 e fa esplodere il settore ospite – una gioia che sa di presa di coscienza più che di semplice vittoria. Con quelle 13 reti, Malen diventa l’acquisto di gennaio più prolifico nella storia della Serie A, scavalcando persino Balotelli. Un record che pesa, e che racconta di un’Atalanta – quella vera – capace di essere più verticale, più precisa, più intensa rispetto alla versione smaguita vista nelle settimane precedenti.
Atalanta, perché la vittoria di San Siro va letta con il freno a mano tirato
La vittoria a San Siro ha senz’altro restituito ossigeno puro a una Dea che usciva da un periodo complicato, fatto di punti persi e prestazioni incerte. Sarebbe però un errore ingenuo – e tatticamente miope – leggerla come una improvvisa guarigione. La prestazione contro il Milan ha semmai riportato alla luce alcuni temi molto precisi: da un lato, ha mostrato ciò che questa squadra riesce ancora a fare quando trova un avversario che, suo malgrado, le concede gli spazi giusti (e qui torniamo all’analisi di Pellé, che parla di “complicità involontarie” della compagine rossonera). Dall’altro, ha confermato limiti e fragilità che restano aperti, come la difficoltà a gestire il vantaggio contro squadre chiuse o l’eccessiva esposizione alle ripartenze dopo riaggressioni mal coordinate. Non c’è alcuna guarigione miracolosa: c’è una partita che, per caratteristiche, ha assecondato i punti di forza dell’Atalanta, senza però cancellare le crepe strutturali emerse nelle settimane precedenti.
Il settimo posto che non è mai un caso (e la cautela d’obbligo)
La stagione finirà, con ogni probabilità, come è giusto che finisca per questa Atalanta: al settimo posto, la posizione che i nerazzurri occupano ininterrottamente da venti turni, dall’ultima di ritorno dello scorso aprile. Lo ha sancito, paradossalmente, la vittoria più prestigiosa del campionato rispetto alla classifica attuale – e anche la più inattesa, considerando il momento negativo e la difficoltà storica di Bergamo nel vincere in trasferta contro le grandi. Perché a Bergamo, è vero, hanno perso Roma e Napoli, ma fuori dal Gewiss Stadium i nerazzurri non avevano mai battuto una “big” in questa stagione. San Siro ha rotto un tabù statistico, non una crisi di gioco. E questa differenza, sottile ma cruciale, dovrebbe convincere a trattenere ogni entusiasmo fuori luogo: le immagini di Pellé riguardavano il Milan, non l’Atalanta. E in quelle immagini, il vero nero – la cronaca che ancora chiede risposte – non è la sconfitta rossonera, ma il sospetto che qualcuno, in campo, stesse remando nella direzione sbagliata.




